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Di Luciano Cerasa

 

Come ogni anno i governi di turno si ritrovano alle prese con il dover far quadrare dei conti che non tornano mai. Il governo Gentiloni ha varato nel mese scorso una “manovrina” da 3,4 miliardi richiesta dalla Commissione europea per fa rientrare i conti del paese nei parametri di debito e di deficit concordati. A ottobre non si sa ancora quale governo, se l'attuale o un esecutivo tecnico oppure coniato da una nuova maggioranza uscita dalle urne, sarà obbligato a ripianare 19 miliardi di debito secondo gli accordi con Bruxelles, che verrebbero da un incremento della tassazione dell'Iva. Un metodo rapido e sicuro, per la Commissione Ue, per fare cassa, ma una batosta per l'economia reale. L'unica soluzione indicata come un mantra in questo ultimo ventennio, per uscire dalle secche di bilancio, è la maggiore crescita, che però langue. Le previsioni sono di un incremento di un punto di Pil, inferiore dello 0,1% certificato dal governo nei bilanci di previsione. Il principale difetto di questa visione e conseguente conduzione della politica economica chiusa nella spirale “crescita insufficiente – aggiustamento dei conti – crescita insufficiente” è il voler procedere come se l'assetto fiscale e produttivo fosse dato. Cioè che si ritenga il quadro economico e sociale del paese immutabile e da difendere solo con i piccoli aggiustamenti necessari per non farci buttare fuori dal consesso europeo. Il tema dello sviluppo sostenibile e della ripartizione efficiente del reddito è ormai da tempo lettera morta nel dibattito economico e politico, tutto avviluppato intorno alla materia finanziaria. Dove trovare i soldi per mantenere questo welfare, gli stipendi ai dipendenti pubblici, i servizi essenziali che si restringono sempre più di taglio in taglio e non incorrere in richiami e sanzioni della Ue che non vuole che ci si finanzi con nuovo debito? Il dilemma è ristretto in questo cerchio che si restringe sempre più. Eppure la spesa pubblica è stata usata storicamente anche come leva per fare sviluppo. La cosiddetta “spesa per investimenti” nei nostri bilanci è da tempo ridotta al lumicino. L'ex ministro del Lavoro, Enrico Giovannini, prima presidente dell'Istat, è oggi portavoce dell'Alleanza per lo sviluppo sostenibile, un network di 160 associazioni che ha iniziato il suo primo festival con 200 eventi in giro per l'Italia dal 7 giugno. Che cosa dice Giovannini? Che all'Italia occorre redistribuire le risorse, che ci sono, in modo più efficiente con riforme efficaci e investendole in crescita. Lo sviluppo sostenibile realizza i bisogni della generazione attuale consentendo alle generazioni successive di fare altrettanto. Con l'accordo del settembre del 2015 a New York questo concetto è stato tradotto in 17 obiettivi e 169 target. In Italia invece sono proprio le nuove generazioni, come ci ha ribadito drammaticamente l'Istat nei giorni scorsi, a pagare il conto. Le diseguaglianze sono il cuore del problema: nel reddito, ma anche nell'istruzione, nella cultura, nell'opportunità di far partire una start up o un accesso al credito. Ma anche le riforme mancate che liberano nuove risorse e riportano l'equità e la correttezza nel funzionamento delle relazioni tra lo stato e il cittadino, tra imprese e lavoratori, tra consumatori e mercato. In questa descrizione, di Giovannini e dell'Istat, c'è la fotografia di un paese ingessato. E un fisco efficiente può fare la sua parte. “Ci sono 15 miliardi di sussidi fiscali dannosi per l'ambiente che vanno progressivamente eliminati per investirli in tecnologia ed energia sostenibile: volendo le risorse da redistribuire sono tante” spiega per esempio l'ex ministro. E qui ritorna il tema lanciato da Lelio Violetti dal nostro sito: 711 tra detrazioni e deduzioni distribuite nei decenni come mance che paralizzano il nostro sistema fiscale e incanalano miliardi di euro in spese improduttive, mantenendo un apparato burocratico che si autoalimenta. La grande riforma di cui il paese ha bisogno forse consiste proprio in questo: riformulare e articolare welfare, fisco e previdenza riassegnando a ciascuno il proprio compito e riorganizzando questi tre ambiti secondo nuovi obiettivi di efficienza, di equità, di sviluppo. Un scopo che non può essere perseguito se non si mette mano al problema irrisolto degli oltre 100 miliardi di euro di imposte evase ogni anno che, ove affrontato in modo serio e convincente, potrebbe dare un contributo decisivo alla modernizzazione del sistema fiscale e al reperimento di risorse sufficienti per rilanciare consumi, occupazione e welfare. Cioè per la modernizzazione del Paese da sempre auspicata a parole e quasi mai praticata in concreto.

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