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di Lelio Violetti

 

Il direttore della nuova agenzia per la riscossione ha annunciato che i dipendenti e i pensionati italiani in un quinquennio si libereranno del modello 730. La dichiarazione dei redditi precompilata è per i lavoratori dipendenti e i pensionati indiscutibilmente una pregevole e proficua innovazione. Anzi, nonostante l’elevato livello di automazione del nostro sistema fiscale il servizio è arrivato con sensibile ritardo rispetto ad altre realtà economicamente comparabili con la nostra (come ad esempio Francia e Spagna). Ma che la dichiarazione precompilata, con una semplice convalida telematica dei dati da parte del contribuente, sollevi nel giro di soli cinque anni dal gravoso compito dichiarativo del 730 circa 20 milioni di soggetti è per ora solo un auspicio.
Infatti ad un’analisi approfondita tali buone intenzioni assumono un carattere utopico se messe in relazione con l’attuale stato di complessità normativa alla base del calcolo della nostra IRPEF e con l’apparato organizzativo che tra contribuenti, centri di assistenza fiscale, datori di lavoro coinvolge ogni anno per tre mesi milioni e milioni di persone con un enorme spreco di tempo e denaro.
La causa principale che determina questa situazione è dovuta all’incredibile quantità di agevolazioni (deduzioni, detrazioni e crediti) concesse a tutte le tipologie di contribuenti che caratterizza la nostra imposta sui redditi personali.
Tali benefici con la nuova legge di stabilità si avviano a superare il centinaio, un numero che non ha eguali nei paesi comparabili con il nostro, se si considera che negli Stati Uniti, il paese che ne ha di più, sono una trentina e che nel Regno Unito la gran parte dei contribuenti lavoratori dipendenti e pensionati addirittura non presenta dichiarazione in quanto le deduzioni sono circoscritte quasi esclusivamente a quelle familiari, gestite dal datore di lavoro o dall’ente pensionistico.
Per dare corpo al beneficio fiscale tale numero elevatissimo di agevolazioni, che spazia in ogni settore dell’assistenza sociale o del supporto attraverso incentivi economici, ha bisogno di essere adeguatamente documentato. Ogni agevolazione, a sua volta, può avere dei limiti e dei vincoli che ne circoscrivono la spettanza.
Conseguentemente il contribuente, che spesso non è neanche sufficientemente informato sulla esistenza del beneficio, deve tener sottocchio nel corso dell’anno le spese fiscalmente agevolate, conservandone la documentazione nel rispetto delle limitazioni previste.
È all’atto della presentazione della dichiarazione modello 730 che il processo si conclude con il godimento da parte del contribuente dello sconto d’imposta.
È in questa fase che la precompilazione esplica i suoi vantaggi qualora tutti i dati inerenti le spese agevolate, sostenute dal dipendente e dal pensionato nell’anno, fossero pre-indicati in dichiarazione nell’esatto importo deducibile/detraibile.
In linea teorica se le agevolazioni fossero in un numero contenuto, semplici da ottenere e coinvolgessero pochi settori socio-economici, il processo della pre-compilata potrebbe effettivamente liberare milioni di dipendenti e pensionati dalla costosa incombenza di compilare la dichiarazione, consentendo contemporaneamente allo stato di risparmiare le cospicue cifre che eroga ogni anno all’intermediazione dei centri per l’assistenza fiscale.
Suscita, infatti, forti dubbi, tenendo conto dell’attuale situazione delle agevolazioni, l’effettiva fattibilità della grandiosa e faraonica rete telematica che è necessario costruire per consentire all’Agenzia delle entrate di ricevere in tempo utile miliardi di informazioni, corrette ed affidabili, da milioni di soggetti diversi, operanti in campi diversi con sistemi informativi e gestionali diversi.
Spesso si nutre una cieca fiducia nelle possibilità miracolistiche dell’informatica, sebbene in quest’ambito è ormai provato che la “qualità dei dati” che circolano nei circuiti automatizzati dipende dal numero di soggetti/oggetti che li manipolano (persone, sistemi, processi e programmi) e che più elevato è questo numero e più aumenta l’errore. Il problema è che l’errore non aumenta linearmente ma in modo esponenziale.
Considerati i miliardi di documenti provenienti dai milioni di soggetti con i dati che comprovano le agevolazioni, alla fine ci sarà sempre una buona percentuale di contribuenti che sarà costretta a modificare la dichiarazione, controllando attentamente tutti gli importi o che dovrà ricorrere all’aiuto dell’intermediazione per fare questo.
Da questo punto di vista c’è da tener presente che anche se questi contribuenti, costretti alla verifica puntuale dei dati, fossero solo il 10% dei lavoratori dipendenti e pensionati, che compilano il 730, sarebbero comunque due milioni di soggetti.
E il 10% sarebbe un risultato incredibilmente eccezionale ed ottimistico. Per questo prima di fare avvisi irrealizzabili, dal vago sapore propagandistico, sarebbe opportuno che chi gestisce, dal punto amministrativo, le conseguenze di questa complessità richiedesse o proponesse al Governo e al Parlamento una semplificazione dell’IRPEF nell’ambito di una più generale riforma dell’imposta.
Continuare con l’estensione delle agevolazioni sopratutto in campo sociale - vedi la detrazione concessa in legge di stabilità per gli abbonamenti al trasporto pubblico, - significa non aiutare chi effettivamente ne ha bisogno, i più poveri, in quanto tra i 20 milioni di lavoratori dipendenti e pensionati ce ne sono circa 6 milioni (il 30%) che non possono usufruire del beneficio perché “incapienti” in quanto non devono imposta.
Per il welfare e l’assistenza sociale bisogna percorrere altre strade più inclusive che non veicolare il tutto attraverso la dichiarazione dei redditi.
Così come ci sarebbe bisogno di maggiore telematica/informatica più che per trasmettere all’Agenzia delle Entrate i dati delle agevolazioni, per tracciare i ricavi (e quindi i redditi) di chi evade. Ciò al fine di ridurre le aliquote che gravano sui redditi medio/bassi.
Più che di fare la dichiarazione con un semplice invio i contribuenti lavoratori dipendenti e pensionati, che non possono evadere, in quanto i loro redditi sono tracciati dal sostituto d’imposta, avrebbero bisogno di una riduzione delle aliquote, che gravano sui redditi medi. I contribuenti romani con redditi compresi fra 35.000 € e 55.000 € si trovano ad applicare in questo scaglione un’aliquota del 42,23% comprensiva di IRPEF ed addizionali regionale e comunale. Se si considera l’effetto delle detrazioni decrescenti l’aliquota sale ad oltre il 45%: probabilmente è un record mondiale assoluto nell’ambito delle aliquote sui redditi delle persone fisiche in questo scaglione.

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