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di Luciano Cerasa

 

E’ il fisco il terreno principale su cui Lega e M5s intendono passare in breve dagli impegni di principio enunciati nel contratto di governo, ai fatti. Un passaggio non facile. Dall’introduzione della Flat tax fino al disinnesco di cartelle esattoriali e metodi di contrasto all’evasione, si preannuncia un profondo sconvolgimento dell’attuale impianto fiscale di cui, data la complessità della materia, è difficile prevedere i veri contraccolpi sui contribuenti e sull’economia.

Vera Flat tax?

La “tassa piatta” è famosa (e spesso odiata) perché è un’imposta sul reddito che prevede una sola aliquota e nessuna detrazione o deduzione che allevi il prelievo a favore di questa o quella categoria rendendola in qualche misura “progressiva”. L’idea di introdurre una vera e propria “Flat tax” nel nostro ordinamento per riformare lo schema dell’Irpef sembra tramontata da tempo, anche se il nome resiste. Oggi si parla di una tripla aliquota: una uguale a zero per delimitare l’area di esenzione per i redditi più bassi, la seconda al 15% per i redditi familiari fino a 80mila euro e l’ultima al 20% per i redditi superiori. Accanto a queste nuove aliquote si prospetta anche l’applicazione di una deduzione di 3mila euro: per tutti fino a un reddito di 35mila euro e per i soli famigliari a carico solo nella fascia dai 35mila ai 50mila euro. Oltre tale limite di scaglione detrazioni e deduzioni dovrebbero essere abolite. Si calcola che il mancato incasso per lo Stato rispetto a oggi dovrebbe aggirarsi intorno ai 50 miliardi. A guadagnarci, chi più chi meno, sarebbero tutti. Nell’Irpef attuale le aliquote fissate sono 5, alle quali si aggiunge la no-tax area fino al limite di 8.150 euro: 23% fino a 15mila euro, 27% da 15.001 a 28mila, 38% fino 55mila, 41% fino a 75mila e 43% oltre. Nei decenni sono state introdotte centinaia di agevolazioni fiscali in alcuni casi quasi “ad personam”. Con il risultato che in Italia ogni contribuente ha in pratica la sua aliquota Irpef e capire chi ci guadagna e chi ci perde con un’eventuale riforma diventa un’impresa. Si certo, abolendole tutte o in parte si semplifica la macchina, si facilita la vita del contribuente e anche quella dell’Agenzia delle Entrate, che finalmente potrebbe dedicare maggiori energie alla lotta all’evasione. Le cosiddette “tax expenditure”, tra imposte centrali e locali, sono un ginepraio che neppure l’erario conosce. Gli esperti della Commissione che affianca il governo nel monitoraggio delle spese fiscali nel 2016 hanno censito - sommando tributi erariali e tributi locali - ben 610 misure diverse, con un impatto finanziario pari a 76,5 miliardi di euro, ma sul 67,5% delle spese erariali non sono disponibili informazioni complete. Una cifra che risulta di molto inferiore rispetto ai 176 miliardi di euro calcolati nel 2017 nella nota integrativa allo stato di previsione dell'entrata nel bilancio 2016, ai 254 miliardi e ai 227 miliardi di euro riportati nella ricognizione svolta dal Gruppo di lavoro per l'erosione fiscale nel 2011. Si sa che delle due agevolazioni più diffuse (la deduzione della rendita catastale dell’abitazione principale e la detrazione delle spese sanitarie) beneficiano 43 milioni di contribuenti, ricchi e poveri e che i lavoratori dipendenti con carichi familiari sono soggetti ad aliquote marginali effettive maggiormente elevate e variabili, specialmente per alcune fasce di reddito, rispetto ad altre categorie di contribuenti, come segnala l’osservatorio del Senato sull’impatto della legislazione sul sistema (Uvi), che conclude in un suo dossier: “Contrariamente alle intenzioni più volte dichiarate dal legislatore, l’aliquota marginale effettiva risulta sostanzialmente invariata, anziché crescente, da 28mila euro annui fino a svariati milioni”. Come si vede la "flat tax" per i ricchi esiste già.

Flat tax per le imprese

L’intenzione del governo ventilata in queste ore è di introdurre la cosiddetta Flat tax in tre anni a partire dal 2019: il primo sulle famiglie a basso reddito, il secondo sulle imprese e il terzo, nel 2021 sulla fascia di reddito più alta. Oggi le società e gli enti pubblici e privati di qualsiasi tipo pagano l’Ires, una imposta proporzionale e personale con aliquota attualmente pari al 24%, come previsto dalla Legge di Stabilità del 2016. Il progetto lasciato trapelare dal governo è di allargare l’applicazione dell’aliquota delle società anche alle altre 5 milioni di partite Iva intestate a persone fisiche.

La pace fiscale

Che sia per sete di giustizia fiscale o semplicemente perché a caccia di coperture anche il fisco giallo-verde vuole mettere le mani sulla montagna di cartelle non pagate rimaste a carico di Equitalia. Ci aveva già provato il governo Renzi e si sta chiudendo con il prossimo luglio anche la rottamazione del successore Gentiloni. La sensazione è che con le due milioni di adesioni si sia già raschiato il fondo del barile. Tuttavia gli obiettivi del nuovo governo sono molto più ambiziosi. Si parla di tre diverse “aliquote sanatorie”, al 25, al 10 e al 6 per cento che dovrebbero variare a seconda della condizione economica del cittadino che vuole riappacificarsi col fisco. Secondo la versione leghista potrebbero rientrare nella nuova rottamazione-condono esclusivamente i contribuenti con debiti fiscali non superiori ai 200mila euro - ma solo quelli che sono arrivati al fallimento o al dissesto a causa delle tasse - che hanno dichiarato tutto ma non sono riusciti a pagare.

Redditometri e controlli

Gli strumenti anti-evasione adottati finora come split payment, redditometro, spesometro e studi di settore “hanno reso schiavo” chi “le tasse le ha sempre pagate” e vanno aboliti perché "a priori siamo tutti onesti, va invertito l'onere della prova". Parole del vicepremier Luigi Di Maio, che ha preso il solenne impegno davanti all’assemblea della Confcommercio. Per la verità escluso il primo, lo split payment - per il quale si tratterebbe di morte nella culla - gli altri metodi con cui il fisco ha tentato (con scarso successo) in questi anni di risalire al reddito attraverso le spese effettuate, avevano già un piede nella fossa. L’abolizione dello spesometro è già prevista per legge per l’introduzione dell’obbligo di fattura elettronica a partire dal 1° gennaio 2019. Il redditometro in pratica era già estinto nel 2016: 2.812 accertamenti, con un calo del 52% sul 2015 e addirittura di oltre il 92% sul 2012. L’abolizione degli Studi di settore è già stata fissata dall’ultima legge di Bilancio al 2019. Lo split payment prevede che lo Stato trattenga l’Iva sulle fatture da pagare ai suoi fornitori, per evitare un inutile giro contabile che troppo spesso finisce in evasione. A piangere è però il circuito delle aziende oneste, che si vede sottrarre dalla cassa miliardi di euro, in attesa dei rimborsi dello Stato. Come combattere l'evasione? Ecco la ricetta di Di Maio: "Incroceremo tutti i dati della pubblica amministrazione". Un vecchio sogno che potrebbe essere l’unica via d’uscita dal ginepraio di iniquità ed evasione in cui è sprofondata l’Irpef.

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