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Si stima che le imposte “perdute” in Italia nel triennio 2013-2015 sugli affari conclusi sul territorio nazionale da Google e Facebook, ammontino rispettivamente a 370 milioni e 549 milioni di euro. Sono queste le cifre da cui muove l’analisi della esperta in fiscalità internazionale Tamara Gasparri realizzata per Lef, l’associazione per la legalità e l’equità fiscale. I risultati dell'indagine sono stati presentati in una tavola rotonda nella sala del parlamentino del Cnel, alla quale hanno partecipato per il governo il viceministro dell’Economia Luigi Casero, in rappresentanza del mondo delle imprese il presidente di Confimprese Italia, Guido D’Amico, per il sindacato Guglielmo Loy, segretario confedererale della Uil e Carlo Di Iorio, presidente di Lef. Il dibattito è stato moderato dal vicedirettore di Adnkronos, Vittorio Riccioni, davanti a una platea di esperti e di esponenti dell’Agenzia delle Entrate e della Guardia di Finanza.
Per quanto riguarda l’Ue, ha sottolineato Gasparri, nel suo complesso sono 5,4 miliardi di euro i mancati incassi stimati per l’erario dei Paesi europei con riferimento agli affari conclusi nel territorio dell’Unione dalle sole due multinazionali del web, nello stesso triennio. Le imposte dovute da Google raggiungono, infatti, il 9 per cento dei redditi extra UE, mentre si fermano allo 0,82 per cento dei redditi realizzati nel territorio comunitario. Persino più marcato è il differenziale rilevato per Facebook, che, sui redditi extra UE, sostiene imposte tra il 28 e il 34 per cento, mentre su quelli conseguiti all’interno dell’Unione si attesta allo 0,03 per cento. E’ così anche per Apple che, sugli utili di fonte europea, avrebbe sostenuto un’imposta societaria progressivamente scesa dall’1 per cento del 2003 fino allo 0,003 per cento del 2014, con un risparmio di 13 miliardi di euro. Certo non sorprende che, con questi numeri, il dibattito relativo alla fiscalità delle imprese digitali Over the Top sia molto vivace nel mondo, come in Italia. Nel nostro Paese, i ricavi della raccolta pubblicitaria on-line che Google e Facebook dichiarano e assoggettano a tassazione non superano, rispettivamente, lo 0,3 per cento e lo 0,1 per cento dei rispettivi totali, mentre quelli effettivamente corrispondenti alle transazioni con i clienti italiani sono stimati in misura pari al 2,4 per cento per Google e al 2,8 per cento per Facebook. Di fatto nel 2016, Facebook, Apple, Amazon, Airbnb, Twitter e Tripadvisor hanno complessivamente pagato in Italia le stesse imposte sul reddito della sola Piaggio.
Molte sono le concause che hanno contribuito a generare questi risultati – scrive Gasparri - ma il punto di crisi è coinciso proprio con l’affermarsi dei nuovi modelli di business nella versione altamente ‘sofisticata’ che essi presentano nelle imprese Over the Top della new economy. E ciò si è verificato non solo perché si tratta di modelli rispetto ai quali i vigenti standards internazionali di tassazione, elaborati quasi un secolo fa, non erano (e non sono) più adeguati; ma anche perché si sono facilmente ‘adattati’ a schemi di pianificazione fiscale aggressiva basati su interpretazioni formalistiche e artificiose di questi stessi standards, che sono state favorite dal gap tra la dimensione sovranazionale dell’ ‘impresa globale’ e i ristretti confini nazionali del diritto e, soprattutto, dalla competizione fiscale ‘sleale’ di alcuni Paesi membri dell’Unione che, per attrarre investimenti, hanno garantito ‘porti sicuri’ di transito di redditi non tassati o di rifugio di redditi ‘apolidi’, sfruttando a proprio favore tutti i vantaggi del mercato unico e delle libertà comunitarie nel contesto ‘asimmetrico’ di 28 differenti sistemi e autorità fiscali nazionali.
Ed è una competizione tra Stati membri che non si gioca affatto sui differenziali di aliquote nominali: non si va in Irlanda per godere dell’aliquota del 12,5 per cento. Anzi. La competizione assume carattere ‘patologico’ perché, nella più assoluta riservatezza, alcuni Paesi membri hanno consentito alle grandi multinazionali digitali di adottare schemi di pianificazione fiscale in grado di fare scendere le aliquote effettive fino allo 0,003 per cento. Il territorio comunitario, con in testa Irlanda, Lussemburgo e Olanda, è diventato l’ “hub” privilegiato di formazione di redditi ‘non tassati’ o ‘apolidi’. Sede privilegiata di un conflitto tra Stati sempre più palese, che, di per sé, potrebbe essere rimosso anche con l’effettiva implementazione delle misure di contrasto degli schemi di profit shifting che derivano da applicazioni patologiche dei principi esistenti. Misure che sono state condivise, a livello OCSE/G20, nel contesto dei lavori del progetto BEPS; e, soprattutto, in sede comunitaria, con le direttive approvate in questi ultimi due anni, all’insegna della trasparenza e del contrasto dell’elusione; oltre che con l’iniziativa della Commissione in tema di aiuti di Stato”.
“Trovare modalità di tassazione dell’economia digitale - a attivare con misure ponte in tempi relativamente brevi – è divenuta una questione di sostenibilità del sistema fiscale e del welfare dei grandi Paesi – avverte Gasparri - una questione di equità nei confronti delle imprese di minori dimensioni e di quelle appartenenti a gruppi multinazionali della old economy; di protezione del sistema produttivo oltre che una questione di tutela della democrazia rispetto ai rischi connessi al potere economico e politico derivante dalla concentrazione di immense ricchezze in pochi grandi gruppi”.
“Quantomeno nel breve termine – conclude l’esperta di Lef - l’opzione più semplice nell’immediato potrebbe essere una qualche forma di prelievo alla fonte sui ricavi lordi facilmente tracciabili; escludendo in ogni caso qualsiasi applicazione unilaterale”, linea su cui si sta muovendo l’iniziativa dei ministri delle Finanze di Italia, Francia, Spagna e Germania.
Per Casero sarà proprio questo della tassazione delle multinazionali del web e delle transazioni digitali il tema fondamentale nei prossimi anni per lo sviluppo economico, sia in italia che nella Ue. Il sistema economico si deteriora se c’è chi paga tasse allo “zero virgola” rispetto agli altri e ora si sta mettendo In pericolo anche il sistema finanziario con l’ingresso dei giganti web, con il rischio di stravolgerlo. Il criterio classico della “stabile organizzazione” per l’individuazione della società da tassare, avverte il viceministro, rischia di essere superato visto che ormai si può operare anche da un satellite. La tecnologia e il mercato corrono, le teorie fiscali sono da aggiornare ma vanno anche trovate soluzioni accettabili a livello politico il più velocemente possibile. In Ue su questo tema non c'è unanimità ma l'italia ha necessità di coordinarsi con l'Europa, per evitare di farsi impugnare la normativa. Si può prevedere anche in Italia e nell'ambito europeo di lavorare intanto su una tassazione molto “flat” sui ricavi in attesa di evoluzioni a livello scientifico.
Il segretario della Uil, Guglielmo Loy, ha incentrato il suo intervento sulle ricadute sul mondo del lavoro di un nuovo modello produttivo in continua evoluzione. Se le multinazionali del Web non pagano il dovuto la massa di contribuenti riceve un danno dal mancato introito. E’ nell’interesse generale incamerare risorse così importanti, sia per la riduzione della pressione fiscale che per lo sviluppo economico, ma anche per investire sulla riallocazione di milioni di posti di lavoro che si stanno perdendo con la digitalizzazione dei processi produttivi. Per quanto riguarda gli effetti sul lavoro stanno venendo meno gli strumenti per individuare la fonte di tassazione e i percorsi del capitale e con essi la possibilità di capire chi lavora per chi e come si viene contrattualizzati e pagati. Il rapporto antico consumatori-vendita-produzione ne è uscito sconvolto. Stiamo verificando come si stia diffondendo nel mondo anche una nuova modalità di lavorare: non c'è più la fabbrIca o il posto di lavoro, ma una miriadi di postazioni che non hanno rapporti con un datore di lavoro ma con un'applicazione. Le modalità di pagamento avvengono attraverso transizioni pay pal con entità residenti anche in paesi offshore. L'ispettore del lavoro ha difficoltà a individuare il datore con cui si entra in rapporto con una app e una carta di credito. Le tutele minime per i lavoratori, avverte Loy, servono a rendere trasparenti questi processi.
Il presidente di Confimprese ha lanciato un grido di allarme sullo stato di sofferenza in cui versano le piccole e a volte piccolissime aziende italiane, a fronte dei profitti megagalattici dei grandi gruppi sul web. Le piccole imprese italiane rappresentano ancora il 96% dell’intero tessuto produttivo italiano e ben il 66% sono aziende “micro” con meno di 10 dipendenti. La concorrenza sleale dei colossi digitali verso le tante imprese che svolgono attività avanzate come il commercio elettronico per D’Amico sono evidenti. Il Sistema Italia ed europeo non è equo, l'equità fiscale non è nelle nostre corde. La sensazione del “piccolo” operatore è costantemente quella di una tassazione eccessiva, aggravata dalle molestie burocratiche cui è sottoposto. Ogni anno, ricorda D’Amico, sono oltre 600 gli adempimenti da rispettare, con un dispendio enorme di tempo e di risorse. Il senso di scoramento aumenta. D’Amico prende atto che è oggettivamente difficile parlare in unione europea di queste tematiche, i risultati vanno cercati in casa nostra. La proposta della web tax forfettaria applicata sulle transazioni per Confimprese è la più applicabile.

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