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Il tratto di penna tracciato con un comma inserito nell’ultima legge di Bilancio, approvata nel dicembre scorso, sulla norma che regola la registrazione e la tracciabilità delle operazione finanziarie nel territorio italiano fatte da soggetti non residenti, sta complicando notevolmente la vita ai magistrati, alla polizia giudiziaria, agli ispettori del Fisco e della Banca d’Italia, che rischiano un sostanziale ridimensionamento delle indagini basate sulle tracce dei flussi finanziari lasciate dalla criminalità organizzata nel riciclaggio del denaro sporco, nell’esportazione di capitali e nella grande evasione, fino alle attività terroristiche.
La genesi legislativa del provvedimento risale a un decreto del 2010 che aveva modificato un decreto del presidente della Repubblica del 1973. L’intervento obbligava gli operatori finanziari (banche e intermediari, assicurazioni, imprese di investimento, società di gestione del risparmio e fiduciarie) a indicare il codice fiscale dei clienti nel caso dell’apertura o della chiusura di rapporti continuativi intestati a nome di soggetti non residenti. La modifica era stata apportata per rafforzare l’azione di contrasto all’evasione fiscale, alle frodi internazionali, all’esportazione illegale di capitali e alla costituzione di fondi neri all’estero. Con la soppressione di alcune parole della norma, il comma 45 della legge di Bilancio 2018 ripristina la situazione ante 2010. Nel caso dei non residenti che aprono un rapporto continuativo in Italia, gli operatori finanziari dal primo gennaio devono annotare solo i dati anagrafici e non più obbligatoriamente il codice fiscale.
Si è tornati così al vecchio regime, aprendo una grossa falla nel sistema di controllo, monitoraggio e indagine sui flussi finanziari in entrata e in uscita dall’Italia, che a questo punto non hanno neppure più bisogno di varcare i confini nazionali. Il codice fiscale, infatti, è il parametro indispensabile per la consultazione del database dell’Archivio dei rapporti finanziari, la sezione particolare dell'Anagrafe tributaria che contiene i dati di tutti i clienti degli operatori finanziari italiani e esteri con stabile organizzazione in Italia. La modifica normativa del 2010 veniva incontro alle esigenze più volte manifestate dalle Procure della Repubblica, che utilizzano abitualmente i dati contenuti nell’Archivio per le indagini penali. Queste informazioni sono state massicciamente utilizzate in questi anni anche da altre autorità investigative come la Dia, il Nucleo speciale di polizia valutaria della Guardia di Finanza, la Polizia di Stato e non ultimo l'Uif, l'Unità di informazione finanziaria presso la Banca d'Italia per il contrasto al riciclaggio.
La norma depotenziata dalla legge di Bilancio potrebbe pregiudicare l’invio a cadenza periodica delle comunicazioni degli intermediari finanziari previsto dalla legge all’agenzia antiriciclaggio della Banca d’Italia. Si tratta di dati e informazioni utilizzati per l’approfondimento di operazioni sospette e per effettuare analisi di fenomeni o tipologie di riciclaggio e di finanziamento del terrorismo. Se si dovesse prescindere dal codice fiscale anche per queste comunicazioni, potrebbe essere quantomai difficile incrociare i dati digitali.
La filosofia della modifica apportata dalla manovra alla normativa inoltre va proprio nel senso contrario a uno schema di decreto legislativo inviato alla Camera dalla ministra per i Rapporti con il Parlamento, Anna Finocchiaro, appena il 24 gennaio scorso. Nella lettera di trasmissione alla presidente dell’assemblea di Montecitorio, Laura Boldrini, il governo chiede che le commissioni competenti esaminino il decreto legislativo con urgenza, in vista della scadenza della delega, anche se per ora ancora privo del parere della Conferenza unificata dei presidenti dei gruppi parlamentari. Con il decreto, approvato dal Consiglio dei ministri il 19 gennaio scorso, il governo attua la direttiva Ue del 6 dicembre 2016 che punta al potenziamento dei poteri di accesso delle autorità fiscali alle informazioni, ai documenti e ai dati sensibili in materia di antiriciclaggio. Un’occasione per turare la falla.

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