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Nel 2015 la lotta all’evasione fiscale si è fortemente indebolita, con una negativa inversione di tendenza rispetto ai risultati degli anni precedenti. Lo certifica la Corte dei conti nella sua Relazione al rendiconto dello Stato 2015. La battuta d’arresto coinvolge sia il numero dei controlli, sia i relativi risultati finanziari conseguiti, in particolare sui grandi contribuenti, sulle piccole e medie imprese e i professionisti. Ben magro il risultato per le casse dello Stato. Complessivamente le entrate derivanti da accertamenti e controlli sostanziali ammontano a 7,7 miliardi di euro, con una flessione rispetto al 2014 del 3,87 per cento. Anche il numero complessivo degli interventi eseguiti dall’Agenzia delle entrate, poco più di 621 mila nello scorso anno, segna una flessione di quasi il 4 per cento rispetto al 2014 e di oltre il 16 per cento rispetto al 2012, quando i controlli effettuati erano stati superiori di 120 mila unità. Alla flessione del numero dei controlli e dei relativi introiti si accompagna la riduzione della maggiore imposta accertata (- 17,7 per cento). In particolare la distribuzione dei controlli fra le diverse tipologie di contribuenti mette in luce un’accentuata flessione, sia numerica che in termini di maggiore imposta accertata, degli accertamenti operati nei confronti dei grandi contribuenti, rispettivamente -12,2 per cento e -38,2 per cento. Ma diminuisce anche l’attività nei confronti delle imprese di più contenute dimensioni e dei professionisti. Secondo la Corte dei conti questi risultati negativi vanno messi in stretta correlazione con la progressiva riduzione delle risorse umane destinate all’attività di accertamento e controllo, che sono diminuite del 6,5 per cento nell’arco dell’ultimo quinquennio. Una tendenza aggravata l’anno scorso dalle incertezze prodotte dalla sentenza (n. 37/2015) con cui la Corte costituzionale ha dichiarato illegittime le norme che davano la possibilità di attribuire incarichi dirigenziali a funzionari della Terza area. Ma, risorse umane a parte, l’analisi svolta sull’ultimo quadriennio dimostra il sostanziale fallimento delle politiche di contrasto all’evasione fiscale attuate in questi anni, mettendo in risalto fenomeni patologici quali l’enorme crescita delle imposte dichiarate e non versate; il rapporto tra il numero di contribuenti esistenti e le frequenze, risibili, dei controlli; l’abnorme numero di accertamenti che si definiscono per inerzia, gran parte dei quali diventerà poi quota inesigibile. L’inefficacia delle strategie attuate finora impone una revisione profonda del sistema che vada soprattutto nella direzione di un uso intelligente e persuasivo della telematica, imponendo tempestiva trasmissione dei dati delle fatture emesse e dei corrispettivi conseguiti. Occorre adottare misure semplici ed efficaci come l’obbligo del pagamento tracciato delle fatture relative a scambi tra soggetti IVA con introduzione di una ritenuta d’acconto ad opera della banca. Ma è necessario anche ridare credibilità alle procedure di riscossione coattiva, eliminando gli ostacoli attuali e prevedendo anche sanzioni di carattere sociale per chi non paga i debiti pubblici.

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