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dal sito lavoce.info

24 marzo 2017

FISCO
Se l’Irpef non è uguale per tutti

di Sergio Beraldo e Giovanni Esposito

Imposte sostitutive come la cedolare secca sugli affitti sono spesso giustificate con la volontà di far emergere base imponibile. Invece creano solo disparità di trattamento tra redditi uguali. E aumentano la percezione di iniquità del sistema fiscale.

Stesso reddito, tasse diverse

Il principio ispiratore dell’Irpef era l’assoggettamento a un’unica imposta del reddito complessivo del contribuente. Negli ultimi anni, tuttavia, si è consolidata la tendenza a sottrarre al tributo alcune tipologie di reddito, assoggettandole a imposte sostitutive fisse, come la cedolare secca sugli affitti e i regimi forfettari per i contribuenti minori.
Il ricorso all’imposizione sostitutiva produce, però, rilevanti disparità di trattamento, concorrendo ad accrescere la percezione di iniquità del sistema fiscale. È facile mostrare come, a parità di reddito globale, il peso dell’imposizione non risulti solo diverso per diverse tipologie di reddito; risulta differente anche nel caso di uguali redditi che scaturiscono dalle medesime fonti.
Consideriamo per esempio tre contribuenti che, oltre a essere lavoratori dipendenti part-time, possiedono un immobile locato e svolgono l’attività libero professionale, conseguendo un uguale reddito da lavoro autonomo. Il primo, Tizio, concede l’immobile in locazione a uso studio e possiede beni strumentali per un valore superiore a 20mila euro, dunque è costretto ad assoggettare tutti i redditi all’Irpef. Caio, invece, dà l’immobile in locazione a uso abitativo e opta per la cedolare secca (21 per cento) e, poiché ne ha i requisiti, è in regime di imposizione forfettaria per l’attività di lavoro autonomo (15 per cento). Sempronio, d’altronde, loca l’immobile a canone concordato (cedolare secca al 10 per cento) e usufruisce delle agevolazioni per i soggetti che iniziano una nuova attività (imposta sostitutiva del 5 per cento).
I dati riportati nella tabella 1 mostrano che per i nostri tre contribuenti l’imposizione diretta può assorbire una quota di reddito compresa fra un decimo e un terzo. È del tutto evidente la difficoltà di giustificare una così eterogenea imposizione.
È ancora più significativo considerare come gli effetti dell’imposizione sostitutiva possano essere tali da violare il fondamentale principio in base al quale il sistema fiscale non dovrebbe modificare la posizione relativa degli individui nella scala dei redditi (no-reranking). L’esempio, questa volta, riguarda due lavoratori dipendenti con uguale salario. Il primo consegue ulteriori redditi da locazione commerciale (assoggettabili a Irpef), mentre il secondo ne percepisce, in misura inferiore, da locazione abitativa (assoggettabile a cedolare secca). Al lordo delle imposte il primo contribuente ha un reddito superiore, ma il secondo contribuente consegue un più elevato reddito netto.

Che fare?

Il ricorso all’imposizione sostitutiva è stato spesso giustificato con l’esigenza di far emergere nuova base imponibile; esemplare, in questo senso, il caso della cedolare secca sugli affitti.
Se però venisse accettato il principio che per raggranellare gettito bisogna accordare un regime impositivo di favore a quelle attività dove è più probabile il rischio di evasione, si comprometterebbe in modo grave l’aspirazione a costruire un sistema fiscale improntato a principi condivisibili di equità. Ciò, peraltro, potrebbe essere controproducente dal punto di vista della disponibilità dei contribuenti ad adempiere ai propri obblighi fiscali.
In termini generali, l’introduzione di regimi facoltativi, per i quali si può decidere in presenza di specifiche condizioni che non sono connesse al presupposto dell’imposta, finisce per creare disparità di trattamento dei redditi anche se scaturiscono dalle medesime fonti.
Invece di optare per il poco nel caso dei redditi potenzialmente a rischio d’essere celati, meglio sarebbe incrementare il contrasto all’evasione con gli strumenti a disposizione: accertamenti e controllo sul contante. Altrimenti, nei fatti, finisce per farsi strada la convinzione che l’Irpef sia l’imposta dei soli redditi da lavoro dipendente e pensioni; un tributo uguale per tutti, ma per qualcuno meno uguale.

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