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Riportiamo uno stralcio del Giudizio sul rendiconto generale dello Stato comunicato alle presidenze delle Camere dalla Corte dei Conti – sezioni riunite in sede di controllo – il 26 giugno 2018 (documento XIV, n. 1)

Dalle considerazioni generali e di sintesi

Nel 2017 la gestione delle entrate dello Stato si caratterizza per una sostanziale stabilità delle risorse complessivamente affluite allo Stato
Le entrate finali accertate nel 2017 (oltre 582 miliardi) hanno fatto registrare un marginale aumento rispetto al 2016 (+0,3 per cento), dopo la crescita più significativa che si era registrata nel 2015 e nel 2016. Determinante continua a essere l’apporto delle entrate tributarie, che nel 2017 costituis
cono l’84% delle entrate finali, con un modesto incremento rispetto al 2016 (+ 0,5 per cento) nonostante, per il settore delle imposte dirette, gli effetti riduttivi di alcune misure che hanno determinato una riduzione del carico tributario gravante sui contribuenti (riduzione dell’aliquota Ires dal 27 al 24 per cento, modifica delle detrazioni sui redditi da pensione, modifiche alla detassazione dei premi di produttività). In notevole crescita le imposte indirette, soprattutto per gli effetti incrementali sull’Iva dovuti allo split payment, ma anche per l’incremento del gettito delle imposte sugli oli minerali.
Sul versante della riscossione il risultato del 2017 (poco meno di 574 miliardi) appare in crescita rispetto al 2016 (+1,9 per cento), a conferma di una tendenza che dal 2013 ha visto incrementare il gettito del 9,7 per cento. Si tratta di un risultato in buona parte riconducibile all’aumento delle riscossioni in conto residui.
Si accresce,
 rispetto all’esercizio precedente, lo scostamento degli accertamenti dalle previsioni definitive di entrata. Un fenomeno che risulta elevato relativamente alle entrate extratributarie (+14 rispetto alle previsioni definitive) e alle entrate del Titolo III (+19 per cento rispetto alle previsioni definitive) e che appare ricollegabile alle incertezze del quadro macroeconomico di riferimento nonché alla difficoltà di valutare in via preventiva i comportamenti dei contribuenti di fronte ai diversi provvedimenti adottati.
Le entrate da accertamento e controllo (definite al netto degli introiti riferibili a forme di “condono” e comprensive delle sanzioni e degli interessi) pari a 57,5 miliardi, si caratterizzano per una flessione rispetto al 2016 (-10,9 per cento), pur confermando una linea di tendenza in cui tività di controllo svolge un ruolo non secondario nella dinamica complessiva del gettito.
In diminuzione risultano sia le riscossioni di competenza, che si attestano su circa 11 miliardi, che i versamenti di competenza, che raggiungono i 10,3 miliardi con una flessione (rispettivamente del 17,1 e del 18,2 per cento).
Nel 2017 le entrate di natura ricorrente costituiscono il 98 per cento delle entrate finali totali: un risultato positivo riconducibile pressoché interamente alla componente entrate tributarie
 nell’ambito della quale la quota delle entrate ricorrenti esprime la quasi totalità (99 per cento) del titolo.
Quanto al fenomeno delle riassegnazioni di entrata (oltre 6,6 miliardi nel 2017), pur dovendosi dare atto dei miglioramenti conseguiti, anche p
comma 1, del d.lgs n. 90, persistono alcune problematiche più volte segnalate in passato, tra le quali azione delle stesse - per loro natura aleatorie - per coprire quote anche consistenti di spese inderogabili e la difficoltà di individuare una puntuale correlazione tra le entrate “riassegnabili” e quelle effettivamente riassegnate. In flessione risulta la massa dei residui attivi rispetto all’anno precedente. Nel 2017, infatti, essa si è attestata a 204 miliardi, con una riduzione del 3,8 per cento rispetto al 2016. È noto come il fenomeno si concentri sulle entrate da ruoli e da attività di accertamento, riconducibili alle funzioni di controllo svolte dall’Agenzia delle entrate alla quale compete anche la gestione.
Determinante rilievo assume, pertanto, la valutazione del grado di esigibilità dei residui ai fini della loro riscuotibilità, classificando i resti da riscuotere per grado di esigibilità. Anche per il 2017 la quantificazione dei residui al 31 dicembre è stata il risultato di un processo di successive rettifiche ed aggiustamenti, sulla scorta di presunzioni e di apprezzamenti prudenziali che, partendo dall’importo totale di residui rilevato dalle contabilità finali delle amministrazioni (894,6 miliardi), ha consentito di determinare in 204 miliardi l’importo da iscrivere nel Rendiconto. 
Anche per il 2017, infatti, è stato abbattuto drasticamente (96,5 per cento) l’ammontare dei residui contabili da ruoli, ritenendo di poter circoscrivere la presumibile riscuotibilità nella misura del 3,5 per cento dell’intera massa.
Nel 2017 l l’attività di controllo fiscale si è sviluppata in modo articolato basandosi, da un lato, sulle direttrici tradizionali quali i controlli sostanziali, i controlli formali, le verifiche esterne e la liquidazione automatizzata delle imposte risultanti dalle dichiarazioni, dall’altro sull’utilizzazione di nuove modalità comunicative per la segnalazione preventiva ai contribuenti di irregolarità ed omissioni suscettibili di autocorrezione (ravvedimento). Nell’anno oggetto di esame
 non si è ripetuto il forte impatto sull’attivitò operativa della c.d. voluntary disclosure 1, mentre diverse modalità operative sono state previste per la gestione della voluntary bis, essenzial mente basata sull’autoliquidazione delle somme dovute direttamente da parte dei contribuenti.
Sul piano generale deve segnalarsi ancora una volta come le attuali strategie di controllo fiscale consentite all’amministrazione nei settori di maggiore e più diffusa evasione, quali quelli relativi all’Iva ed all’imposizione sui redditi, al di là delle diverse performance annuali realizzate dagli apparati di controllo, non sembrano essere in grado di indurre significativi cambiamenti nella condotta dei contribuenti, cambiamenti che dovrebbero costituire l’obiettivo principale dell’intero sistema dei controlli fiscali. I livelli di evasione restano sostanzialmente costanti da un anno all’altro e particolarmente elevati rispetto a quelli esistenti nei principali paesi europei.
Si tratta di un fenomeno patologico ormai evidenziato da tempo, che dovrebbe indurre strategie articolate basate su vari livelli di intervento per favorire e facilitare l’adempimento spontaneo e contrastare i comportamenti pervicacemente scorretti con adeguati controlli ed incisive misure sanzionatorie e di riscossione. Più volte la Corte ha segnalato come la riduzione dell’evasione dovrebbe articolarsi in un insieme di strumenti tra loro coordinati e coerenti, quali quelli normativi, quelli tecnologici e quelli più specificamente amministrativi. Troppo spesso, anche negli anni più recenti, si sono registrati andamenti contraddittori, nocivi all’efficacia del sistema. Pure vanno segnalate le difficoltà nelle quali si trovano ad operare le agenzie fiscali per l’insufficienza delle risorse umane a disposizione in rapporto alle dimensioni e alle caratteristiche del fenomeno da fronteggiare - le scoperture di organico sono passate dal 4,7 per cento del 2013 del 2017.
Ulteriori preoccupazioni derivano anche condotte fiscali che si risolvono nel mancato versamento delle imposte evidenziate nelle dichiarazioni tributarie, spesso unite a comportamenti finalizzati a una preordinata insolvenza. Va, tuttavia, segnalato come una prima risposta a quest’ultimo fenomeno, per la parte relativa all’Iva corrisposta dalle pubbliche amministrazioni, è venuta dalla scissione dei pagamenti (c.d. split payment), la cui estensione soggettiva è stata notevolmente ampliata dal 2018 (art. 3 del DL n. 148 del 2017).
Il fenomeno delle imposte dichiarate e non versate si riconnette ad un altro aspetto peculiare nel funzionamento del sistema fiscale italiano, quello della rateizzazione dei debiti d’imposta, che costituisce ormai un nuovo canale di erogazione del credito, pur in assenza di garanzie e di valutazioni prognostiche sulle future capacità dei debitori, con l’effetto non infrequente di differire nel tempo la presa d’atto di insolvenze ampiamente prevedibili. Esaminando più direttamente l’attività di controllo sostanziale svolta dall’Amministrazione 
fiscale, i dati di consuntivo del 2017 (7.324 milioni di euro) mettono in luce una ripresa rispetto al risultato, in notevole flessione, del 2016 (6.133 milioni di euro) e un allineamento rispetto ai risultati conseguiti nel triennio 2013-2015. Ciò è dipeso, in gran parte, dal venir meno degli adempimenti connessi alla gestione della voluntary disclosure, che hanno fortemente condizionato l’ordinaria attività di controllo nell’anno precedente.
In ulteriore flessione gli introiti da controlli documentali ex art. 36-ter del dPR n. 600 del 1973, che si riducono rispetto all’ano precedente del 7 per cento. Al riguardo va, tuttavia, segnalato come la progressiva riduzione degli introiti derivanti da tale particolare tipologia di controlli deve considerarsi fisiologica e positiva, in coerenza con l’adozione della dichiarazione precompilata, considerato che i controlli da 36-ter concernono essenzialmente detrazioni correlate ad oneri ormai quasi integralmente interessati alla precompilazione. Alla crescita degli introiti conseguiti per effetto dell’attività di controllo sostanziale si accompagna anche la crescita del numero degli accertamenti che, dopo la drastica flessione del 2016, nel 2017 è risultato ormai prossimo a quello delle annualità 2013-2015. Quanto alla maggiore imposta accertata, tralasciando il confronto con il risultato del 2016 in quanto fortemente influenzato dall’inclusione nella consuntivazione di quell’anno dei controlli sulle istanze di adesione volontaria, la comparazione con i risultati degli anni precedenti mette in luce una notevole riduzione delle maggiori imposte accertate nel 2017. Anche nel 2017 si deve rilevare l’elevata concentrazione numerica dei controlli effettuati nelle fasce di minore importo: su un totale complessivo di 561.710 controlli 289.157, pari al 51,5 per cento del totale, hanno dato luogo ad un recupero (potenziale) di maggiore imposta ricompreso tra 0 e 1.549 euro. Si tratta di un dato, in via di prima approssimazione peggiore di quello registratosi nel 2016, che richiederebbe un’ulteriore analisi ricomprendendosi in esso, oltre agli accertamenti con esito effettivamente negativo e agli accertamenti annullati in autotutela, situazioni diverse quali accertamenti per il recupero di perdite riportabili a carico di soggetti Ires, accertamenti a carico di società di persone o società di capitali tassate “per trasparenza”.
Per quanto riguarda l’elevato numero degli accertamenti rientranti nella fascia tra 0 e 1.549 euro ricompresi nella voce “altri” si rileva come lo stesso sia probabilmente da ricollegare alle lettere precedentemente inviate ai contribuenti per segnalare presumili irregolarità ed omissioni.

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