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Penale tributario, la riforma taglia i processi di oltre il 40%

di Fabio Di Vizio*

Ad oltre un anno dal varo della riforma dell’ordinamento penale tributario, relativa, tra l’altro, all’abuso del diritto ed al sistema sanzionatorio, vi sono le condizioni per riconoscerne gli effetti più significativi. Di sicuro, si è registrato un consistente ridimensionamento del numero dei processi per evasione, in parte a causa del rilevante innalzamento delle soglie di punibilità di molti reati fiscali dichiarativi e da omesso versamento (nel caso dell’IVA quintuplicate), in parte per la depenalizzazione dell’abuso del diritto e la modifica della nozione di imposta evasa ai fini dell’infedele dichiarazione. Riduzione che, secondo l’esperienza di alcuni degli uffici giudiziari maggiormente impegnati nel settore, non si ritiene lontano dal vero possa quantificarsi in una quota di almeno il 40 per cento dei procedimenti in fase di indagine e dei processi di trattazione dibattimentale, non compensata dall’attesa espansione dei casi di dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici, fattispecie penale alla prova dei fatti non ancora capace di individuare una sfera di certa e consistente espressione.
Il rilevante impatto prodotto emerge da una puntuale rassegna dell’insegnamento di circa cento pronunce della Corte di Cassazione in materia di reati tributari intervenute nel biennio 2015-2016. (Vai al documento)

Nel dettaglio viene analizzata la risposta della giurisprudenza della Suprema Corte agli interventi riformatori, connessi all’entrata in vigore dell’articolo 10-bis della legge 27 luglio 2000, n. 212 («Disciplina dell'abuso del diritto o elusione fiscale») e del decreto legislativo 24 settembre 2015 n. 158 sulla «revisione del sistema sanzionatorio», momenti più significativi del processo di attuazione della delega fiscale (Legge 11 marzo 2014 n. 23).
Una revisione diretta, secondo i propositi, a mitigare e ridurre l’interesse penale per fatti stimati privi di fraudolenza, ma anche ad inasprirlo per quelli provvisti di attitudine decettiva più intensa e definita. Da un lato, infatti, l’infedeltà dichiarativa della fattispecie prevista dall’articolo 4 del d.lgs. n. 74/2000 è venuta smagrendosi, restando concentrata su profili esclusivamente oggettivi e materiali, nel quadro di un generale innalzamento delle soglie di irrilevanza penale degli imponibili e delle imposte evase per i reati a minor tasso di frode (artt. 4, 5, 10-bis, 10-ter del d.lgs. n. 74/2000) e dell’introduzione per essi di un peculiare regime di non punibilità connesso al pagamento tempestivo o spontaneo del debito erariale. Dall’altro, risultano ampliati, almeno in termini di tipicità astratta, i confini oggettivi delle fattispecie dichiarative storicamente caratterizzate da maggior fraudolenza (articoli 2 e 3 del d.lgs. n. 74/2000), essendo stata resa più severa la risposta sanzionatoria altresì per le compensazioni indebite provviste di maggiore insidiosità (art. 10-quater del d.lgs. n. 74/2000), l’occultamento o la distruzione dei documenti contabili (art. 10 del d.lgs. n. 74/2000), accompagnata dall’introduzione della innovativa circostanza ad effetto speciale, connessa al contributo del consulente fiscale che elabori o commercializzi modelli di evasione.
In tale quadro, di grande significato è risultato, né poteva esser diversamente, lo sforzo interpretativo della Corte di Cassazione, impegnata sia nella valutazione dell’impatto delle innovazioni poste dalla revisione normativa intervenuta – esse stesse in parte non trascurabile reattive rispetto ad approdi giurisprudenziali più o meno solidi e graditi – sia nello schiarimento di principi ed indicazioni già espresse ma di non sempre agevole applicazione in una materia in cui il contenzioso cautelare reale sta assumendo centralità sempre più estesa, non fosse altro che per la difficoltà di trovare una soluzione generalmente condivisa rispetto ai nodi fondamentali dello statuto della prescrizione; essa stessa premessa di qualsiasi duratura riforma nella materia.
Nell’esposizione, dunque, vengono illustrati in termini strettamente ricognitivi gli approdi più recenti della Corte cui l’ordinamento affida la funzione nomofilattica, avendo riguardo, essenzialmente, a quelli emersi poco prima del profilarsi della revisione normativa e sino ai giorni di redazione della rassegna, senza mancare di ripercorrere il più ampio iter argomentativo nella conferma degli orientamenti già affiorati o nell’indicazione di nuovi principi di diritto. In ciò nutrendo l’aspirazione ad offrire un contributo “ragionato”, per quanto puntiforme, senza pretesa di esaustività ma con la speranza di facilitare un’utile consultazione dello stato della riflessione sulle tematiche più complesse e vive dell’esperienza giudiziaria.
La rassegna, attraverso le sentenze della Suprema Corte, analizza gli effetti delle riforme sia in relazione alle questioni di diritto sostanziale che quelle di diritto processuale. In particolare, temi di diritto sostanziale hanno riguardo, tra l’altro, le nuove soglie di punibilità, delle quali viene analizzata la natura, il rapporto con il dolo e l’incidenza sul trattamento sanzionatorio. Relativamente alla dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti ed omessa dichiarazione ci si sofferma sull’inesistenza soggettiva delle operazioni ai fini Iva, sul dolo specifico e finalità extraevasive nonché sulla inconfigurabilità del tentativo di evasione; relativamente alla dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici e dichiarazione infedele viene analizzata l’inconfigurabilità del reato di dichiarazione infedele in presenza di condotte puramente elusive ai fini fiscali e l’applicazione residuale dell’istituto dell’abuso del diritto. Per quanto riguarda l’occultamento o distruzione di documenti contabili si esaminano le ragioni dell’inconfigurabilità del reato in caso di mancata istituzione della contabilità, della rilevanza della indisponibilità temporanea della documentazione e dell’integrazione del delitto per le fatture passive e attive della società cartiera. Vengono poi analizzati gli effetti delle novità introdotte in materia di omesso versamento di ritenute certificate e di Iva, in materia di indebita compensazione, di sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte.
Relativamente alle posizioni soggettive nei reati tributari ci si sofferma sul liquidatore, sull’amministratore di fatto, sul prestanome, sul socio amministratore di Snc, sul consulente e sul professionista. La rassegna, inoltre, affronta, sempre secondo l’angolo prospettico delle pronunce della Cassazione, i temi della circostanza attenuante del pagamento del debito tributario, della prescrizione delle grandi frodi Iva, delle cause di non punibilità per i reati tributari e dei limiti dell’efficacia estintiva dello scudo fiscale.
Quanto invece alle questioni di diritto processuale vengono ripercorse le regole probatorie, gli effetti sul processo penale della nullità dell’avviso di accertamento sottoscritto da funzionario carente di potere, le problematiche poste dall’innalzamento delle soglie, i sequestri e le confische, il profitto dei reati tributari, l’utilizzabilità del processo verbale di constatazione e il ruolo del personale dell’Agenzia delle Entrate.
Si tratta di un quadro di esperienze giurisprudenziali vastissimo che pone in rilievo come le commendevoli aspirazioni del legislatore della riforma di combattere le frodi autentiche, senza criminalizzare gli errori di valutazione e di qualificazione giuridica, alla prova dei fatti rischi di scontrarsi contro un ricorso da parte di non rari contribuenti ad errori competenti ed avveduti, solo apparentemente involontari. Non si evade, infatti, solo per errore o per ignoranza.
Non solo ma la decisa spinta a rinforzare la certezza giuridica del trattamento fiscale delle espressioni della capacità contributiva, utile per la definizione di un quadro propizio per l’ingresso, l’emersione e l’investimento di risorse finanziarie nell’economia nazionale, deve fare i conti con un sistema che, secondo l’autorevole insegnamento delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione (cfr. la recente sentenza n. 22474/2016), non può ammettere anche l’irrilevanza penale degli enunciati valutativi nell’esposizione dei bilanci, in presenza di consapevoli ed ingiustificati disallineamenti dai criteri di valutazione normativamente fissati o dai criteri tecnici generalmente accettati. A fronte del rischio di dichiarazioni fiscali infarcite di consapevoli valutazioni erronee penalmente irrilevanti per dimensionare ad libitum il reddito deve riconoscersi, ancora una volta, alla giurisprudenza il merito di aver saputo frapporre l’argine della persistente punibilità dei bilanci infarciti di valutazioni false ed irragionevoli.
Quanto possa giovarsene, con la certezza, la salute e l’equità del sistema tributario resta dato, in ogni caso, allo stato privo di soluzioni indiscutibili. Ma può predirsi che la riflessione giurisprudenziale non mancherà di continuare ad offrire un apporto centrale nell’individuazione delle regole eque e certe e che è anche dall’affinarsi della prima che potrà provenire più intenso conforto all’esigenza di effectiveness of the regulatory system. Del resto, con le parole del celebre Autore, «il processo serve al diritto come il diritto serve al processo». (Vai al documento

* Fabio di Vizio è sostituto procuratore presso il tribunale di Pistoia

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Premio Lef, consegnati i riconoscimenti con Morando Orlandi Romano Resta Bises e De Mutiis

Sono stati consegnati a Roma i premi Lef per le migliori tesi di laurea in materia tributaria. Alla cerimonia nella cornice dell'Istituto Santa Maria in Aquiro del Senato sono intervenuti il viceministro dell’Economia Enrico Morando, il direttore dell’Agenzia delle Entrate Rossella Orlandi, il consigliere della Corte dei Conti Massimo Romano, il professore emerito di filosofia del diritto Eligio Resta e il professore di scienza delle finanze Bruno Bises e il presidente di Lef Orlando De Mutiis. La consegna dei premi è stata, dunque, anche l’occasione per un’ampia riflessione sulle strategie da adottare per migliorare l’efficacia e l’equità del nostro sistema tributario.

Enrico Morando, si è soffermato sul rapporto tra crescita economica e prelievo tributario evidenziando come tra i fattori che penalizzano la crescita della produttività nel nostro paese via sia uno squilibrio del prelievo a danno del lavoro e dell’impresa. Per ridare competitività alla nostra economia, la cui crescita “è drammaticamente insufficiente” occorre –ha detto- "portare la pressione fiscale su lavoro e impresa allo stesso livello della Germania”. Occorre perciò, ha sottolineato, una strategia d'urto da attuare in due anni con una riduzione del prelievo su lavor e impresa a regime al 2018 di circa 37 miliardi di euro l'anno. "Le misure strutturali già adottate -ha precisato- costano circa 17 mld complessivamente. Se in due anni, nelle condizioni di finanza pubblica difficili abbiamo compiuto metà della strada necessaria perchè pensare che nei prossimi due anni sia impossibile completarla?"

Un intervento che, ad avviso di Morando, andrebbe concentrato "nella riduzione del cuneo fiscale e contributivo". "Se potessi scegliere io -ha precisato- opterei per la fiscalizzazione degli oneri contributivi riducendoli in parti uguali tra lavoro e impresa per 4-5 punti complessivi". Dove trovare le risorse. Per Morando due le strategie da adottare: da un lato accrescere il gettito da imposte sui consumi riducendo significativamente l'evasione dell'Iva e dall'altro dalla revisione della spesa pubblica. "L'evasione Iva -ha detto- è la madre di tutte le evasioni. Più che fare la faccia feroce coi vacanzieri di Cortina conviene conviene puntare risolutamente sulle enormi potenzialità delle tecnologie. Oggi, è attiva la piattaforma tecnologica dove arrivano tutte le fatture dei privati verso la Pubblica Amministrazione. Funziona. Vuol dire che si può. Bisogna far sì che tutti i privati siano spinti – da un ben organizzato sistema di incentivi e disincentivi, a mettere su di un’unica piattaforma tutte le loro fatture, in ingresso e in uscita. Esempi recenti – il Portogallo, ma anche Australia e Nuova Zelanda – dimostrano che si possono ottenere risultati impressionanti, che semplificano la vita ai contribuenti leali, e la complicano un po’, utilmente, per i soliti furbi".

Un tema quello della lotta all’evasione ripreso sia Da Rossella Orlandi che da Massimo Romano. L' Agenzia delle Entrate –ha detto Orlandi- cambia schema e dice addio alla filosofia controllore-controllato. 'Scommetto sulle persone normali e oneste, piu' che su sanzioni e controlli, si punta a fare prevenzione e ad instaurare un dialogo con i contribuenti – ha spiegato Orlandi - con risultati che si vedono: dalle attivita' di prevenzione sull' Iva all' invio delle lettere di ''compliance'' sugli ' studi di settore' per avvisare i contribuenti ed invitarli a mettersi in regola, senza considerare le lettere da studi di settore, su 300 mila comunicazioni di compliance due terzi degli italiani si sono adeguati da soli. Potevano far finta di niente e aspettare il controllo invece hanno accolto il nostro invito a rimediare agli errori”. Più critico invece Romano che ha evidenziato alcuni fenomeni preoccupanti già richiamati dalla Corte dei Conti. “Un numero sempre maggiore di contribuenti –ha detto- dichiara le imposte ma non le versa. Nel 2013 tale somma ha raggiunto i 15,8 miliardi. E in molti casi si tratta di somme che non saranno mai incassate dall’erario. E ciò sia perché in molti casi siamo in presenza di preordinate strategie volte ad eludere l’adempimento tributario, ma anche perché negli ultimi anni lo stato ha indebolito la sua capacità di riscossione”. Occorre quindi, ad avviso di Romano, adottare nuove strategie, mettendo l’Agenzia delle Entrate in condizione di intervenire prima, anche nella fase che precede la dichiarazione e il versamento delle imposte per spingere il contribuente ad adempiere correttamente e dissuaderlo da comportamenti elusivi ed evasivi.

Di respiro accademico l’intervento di Bruno Bises che si è soffermato sulla composizione del prelievo fiscale analizzandone gli effetti sulla crescita e la funzione redistributiva. Bises ha evidenziato come nel corso degli anni le modifiche apportate all’Irpef hanno determinato un progresivo restringimento della base imponibile finendo per concentrare il prelievo su poche tipologie di redditi e in particolare sui lavoratori e pensionati. Eligio Resta nella sua lezione magistrale su “legalità e bene comune” ha evidenziato le contraddizioni della società moderna e lo smarrimento del senso di comunità che si ritrova nell’atteggiamento verso l’adempimento fiscale. I furbi –ha evidenziato- ci possono essere perché c’è chi fa il proprio dovere. E soffermandosi sulla complessità del sistema ha ricordato come ogni tentativo di semplificazione finisce per generare nuove complessità. Il presidente di Lef Orlando De Mutiis, infine ha sottolineato le finalità del premio Lef “volto a riconoscere il merito e l’impegno dei giovani nello studio e nel prepararsi al loro inserimento nel mondo del lavoro”. Alla terza edizione –ha detto- hanno partecipato 39 laureati provenienti da 19 università presentando lavori valutati dalla giuria di “rilevante interesse” per i temi trattati e di “particolare pregio” per il loro svolgimento. I riconoscimenti sono andati a Giulia Trasmondi, Giovanni Chiarini e Roberta Damasi. Trasmondi, laureata alla Luiss di Roma, ha affrontato il tema della compliance tra fisco e contribuente nel nuovo regime dell'adempimento collaborativo, Chiarini, dell'Università degli studi di Parma, ha analizzato un tema classico: il dovere fiscale nella Costituzione, mentre Damasi, della Luiss di Roma, ha concentrato la sua attenzione sulla tassazione delle imprese digitali.

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Premio Lef, Trasmondi, Chiarini e Damasi vincitori terza edizione

Giulia Trasmondi, Giovanni Chiarini e Roberta Damasi sono i vincitori del premio Lef 2014-2015. Giunto alla terza edizione, il premio ha visto la partecipazione di 39 laureati provenienti da 19 Università. Per la giuria, presieduta da Orlando De Mutiis, e composta da Bruno Bises, Tamara Gasparri, Pasquale Fabbrocini, Oreste Saccone e Salvatore Di Giugno, il lavoro di scelta non è stato facile. "Le tesi che hanno concorso -spiega De Mutiis- sono risultate di ottimo livello. Sia per gli argomenti affrontati che per la loro attenzione a questioni fiscali di rilevante attualità". Trasmondi, laureata alla Luiss di Roma, affronta il tema della compliance tra fisco e contribuente nel nuovo regime dell'adempimento collaborativo, Chiarini, dell'Università degli studi di Parma, analizza un tema classico: il dovere fiscale nella Costituzione, mentre Damasi, della Luiss di Roma, concentra la sua attenzione sulla tassazione delle imprese digitali.

I premi del valore di 2.000 euro lordi l'uno saranno consegnati il prossimo 6 luglio nel corso di una cerimonia a Roma presso la sala dell'Istituto Santa Maria in Aquiro del Senato in piazza Capranica 72. La premiazione sarà anche l'occasione per una giornata di riflessione sui temi della legalità e dell'equità fiscale. Interverrà il vice ministro dell’Economia Enrico Morando che affronterà il tema dell’Equità ed efficienza del prelievo, mentre il professore ordinario di Scienza delle finanze Bruno Bises parlerà della composizione del prelievo fiscale in relazione a crescita e redistribuzione. Il consigliere della Corte dei Conti e ex direttore dell’Agenzia delle Entrate Massimo Romano si soffermerà sull’uso delle banche dati per prevenire l’evasione. Il presidente di Lef Orlando De Mutiis illustrerà le ragioni del premio, mentre il professore emerito di Filosofia del diritto Eligio Resta terrà una lectio magistralis su “Legalità e bene pubblico”.  

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Tassazione separata, la trappola degli arretrati da pensione beffa gli esodati

di Lelio Violetti

Doppia beffa per gli esodati che effettuano versamenti volontari prima di ottenere la pensione. Dopo aver perso il lavoro anche il fisco si accanisce nei loro confronti. La colpa questa volta è dell'Inps e del ritardo con cui versa i primi assegni a chi fa domanda negli ultimi mesi dell'anno. L'Istituto di previdenza, infatti, sposta all'anno successivo l'erogazione facendo scattare per i ratei maturati negli ultimi mesi dell'anno precedente la tassazione separata.
Un meccanismo che in genere è favorevole al contribuente, ma che nel caso degli esodati diventa sfavorevole in quanto impedisce per incapienza agli stessi di dedurre, in tutto o in parte, gli eventuali contributi volontari o il riscatto degli anni di laurea, versati l'anno precedente, dall’imponibile della relativa dichiarazione dei redditi.

Ma vediamo come funziona. L’articolo 17, comma b, del Testo Unico delle imposte sui redditi stabilisce che l’imposta si applica separatamente sugli “emolumenti arretrati per prestazioni di lavoro dipendente (compresi i redditi da pensione) riferibili ad anni precedenti, percepiti per effetto di leggi, di contratti collettivi, di sentenze o di atti amministrativi sopravvenuti o per altre cause non dipendenti dalla volontà delle parti …”. Per i redditi da pensione il successivo articolo 21 stabilisce che su questi redditi l’imposta si determina “applicando all'ammontare percepito, l'aliquota corrispondente alla metà del reddito complessivo netto del contribuente nel biennio anteriore all'anno” in cui tali redditi sono stati percepiti.

Il testo della legge è chiaro e non sembra dare adito a controversie interpretative. In particolare chi eroga il reddito, nel nostro caso l’Inps, non sembra avere margine di spostare a proprio piacimento all’anno successivo redditi che dovrebbero essere erogati in corso d’anno e soggetti alla tassazione ordinaria.
Tuttavia è sempre più frequente il caso che, se la domanda di pensione viene presentata negli ultimi tre o quattro mesi dell’anno, l’inizio della normale erogazione del trattamento pensionistico, anziché uno o due mesi dopo avvenga nell’anno successivo dopo febbraio, quindi dopo il conguaglio fiscale, e con i ratei di pensione arretrati, relativi alle mensilità dell’anno precedente, soggetti a tassazione separata.

In passato tale comportamento dell’Inps, anche se non appare conforme a quanto stabilito nella legge, non dava origine a proteste in quanto in genere risultava più favorevole al contribuente. Il bilancio, infatti, fra quello che si pagava su tali redditi con la tassazione separata e quello che si sarebbe pagato con la tassazione ordinaria era positivo per il contribuente pur riguardando, di norma, importi modesti.

In questi ultimi anni, tuttavia, i provvedimenti che hanno allungato la vita lavorativa e il rilevante numero di esodati dal loro posto di lavoro e in attesa di fare domanda di pensione hanno cambiato completamente questo scenario perché aumenta sempre più il numero di soggetti che non traggono vantaggio dal comportamento dell’Inps anzi in molti casi il bilancio fra separata e ordinaria è sfavorevole al contribuente a volte anche per migliaia di euro.
Il fenomeno trae origine dal fatto che questi contribuenti, in attesa di pensione e in genere senza più il reddito da lavoro dipendente, hanno versato nell’anno all’Inps importi consistenti per contributi previdenziali volontari o per il riscatto degli anni di laurea.

Questi contributi sono deducibili dal reddito e l’anomalo comportamento dell’Inps, che sposta dalla tassazione ordinaria a quella separata i primi assegni di pensione quando cadono negli ultimi mesi dell'anno, provoca l’impossibilità di scomputare dall’anno d’imposta effettivo queste cifre che diminuirebbero l’imposta dovuta e causerebbero il rimborso delle eventuali ritenute subite. C’è anche da aggiungere che lo “sfortunato” contribuente si troverà nell’anno successivo a pagare comunque l’imposta dovuta sui redditi tassati separatamente.
In conclusione un altro pasticcio, provocato dalla lentezza con cui l’Inps liquida le pensioni, ma che colpisce ancora una volta le tasche del contribuente magari “esodato” dal posto di lavoro e beffato, grazie al comportamento dell’Inps, anche dal fisco.

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Corte dei Conti, lotta evasione indietro di dieci anni nel 2015 crollano accertamenti e entrate

Nel 2015 la lotta all’evasione fiscale si è fortemente indebolita, con una negativa inversione di tendenza rispetto ai risultati degli anni precedenti. Lo certifica la Corte dei conti nella sua Relazione al rendiconto dello Stato 2015. La battuta d’arresto coinvolge sia il numero dei controlli, sia i relativi risultati finanziari conseguiti, in particolare sui grandi contribuenti, sulle piccole e medie imprese e i professionisti. Ben magro il risultato per le casse dello Stato. Complessivamente le entrate derivanti da accertamenti e controlli sostanziali ammontano a 7,7 miliardi di euro, con una flessione rispetto al 2014 del 3,87 per cento. Anche il numero complessivo degli interventi eseguiti dall’Agenzia delle entrate, poco più di 621 mila nello scorso anno, segna una flessione di quasi il 4 per cento rispetto al 2014 e di oltre il 16 per cento rispetto al 2012, quando i controlli effettuati erano stati superiori di 120 mila unità. Alla flessione del numero dei controlli e dei relativi introiti si accompagna la riduzione della maggiore imposta accertata (- 17,7 per cento). In particolare la distribuzione dei controlli fra le diverse tipologie di contribuenti mette in luce un’accentuata flessione, sia numerica che in termini di maggiore imposta accertata, degli accertamenti operati nei confronti dei grandi contribuenti, rispettivamente -12,2 per cento e -38,2 per cento. Ma diminuisce anche l’attività nei confronti delle imprese di più contenute dimensioni e dei professionisti. Secondo la Corte dei conti questi risultati negativi vanno messi in stretta correlazione con la progressiva riduzione delle risorse umane destinate all’attività di accertamento e controllo, che sono diminuite del 6,5 per cento nell’arco dell’ultimo quinquennio. Una tendenza aggravata l’anno scorso dalle incertezze prodotte dalla sentenza (n. 37/2015) con cui la Corte costituzionale ha dichiarato illegittime le norme che davano la possibilità di attribuire incarichi dirigenziali a funzionari della Terza area. Ma, risorse umane a parte, l’analisi svolta sull’ultimo quadriennio dimostra il sostanziale fallimento delle politiche di contrasto all’evasione fiscale attuate in questi anni, mettendo in risalto fenomeni patologici quali l’enorme crescita delle imposte dichiarate e non versate; il rapporto tra il numero di contribuenti esistenti e le frequenze, risibili, dei controlli; l’abnorme numero di accertamenti che si definiscono per inerzia, gran parte dei quali diventerà poi quota inesigibile. L’inefficacia delle strategie attuate finora impone una revisione profonda del sistema che vada soprattutto nella direzione di un uso intelligente e persuasivo della telematica, imponendo tempestiva trasmissione dei dati delle fatture emesse e dei corrispettivi conseguiti. Occorre adottare misure semplici ed efficaci come l’obbligo del pagamento tracciato delle fatture relative a scambi tra soggetti IVA con introduzione di una ritenuta d’acconto ad opera della banca. Ma è necessario anche ridare credibilità alle procedure di riscossione coattiva, eliminando gli ostacoli attuali e prevedendo anche sanzioni di carattere sociale per chi non paga i debiti pubblici.

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Cassazione, in dichiarazione congiunta possibile compensare debito Irpef con credito coniuge incapiente?

Nella dichiarazione congiunta è possibile compensare il debito Irpef con il credito del coniuge non a carico anche quando tale credito risulta inutilizzabile dal coniuge in quanto incapiente. Lo ha stabilito una opinabile sentenza della Cassazione depositata il 29 aprile scorso che ha ribaltato la decisione della Commissione tributaria regionale Si tratta di una pronuncia di non poco conto se si pensa agli effetti che potrà avere se il principio dovesse essere confermato e accettato dall'Agenzia delle Entrate. In ballo c'è una parte dell'ammontare di deduzioni e detrazioni non godute per incapienza stimato in circa 10 miliardi.

Negli ultimi anni, anche a causa della crisi economica che ha determinato un impoverimento generale, il problema di quanti non riescono in tutto o in parte ad usufruire delle detrazioni/deduzioni spettanti per incapienza ha assunto dimensioni via via crescenti.Tra questi soggetti c’è un particolare sottogruppo, formato dai coniugi non a carico che non posseggono redditi elevati, in genere pensioni e/o immobili. Questi in particolare lamentano il fatto di non potere detrarre/dedurre oneri, ad esempio le spese mediche, dall’imposta dovuta dal marito dichiarando congiuntamente.
E proprio in soccorso dei coniugi non a carico con spese detraibili o deducibili non utilizzabili per mancanza d'imposta da azzerare arriva la Cassazione che con la sentenza del 12 giugno 2015 (depositata il 29 aprile 2016) che ribalta di fatto una interpretazione consolidata che finora escludeva tale possibilità di compensazione.

La sentenza al punto 3 dei “motivi della decisione” afferma: “Dal sistema esposto, si evince che la unificazione delle posizioni dei coniugi si verifica esclusivamente sul piano della imposizione fiscale complessiva, ed unicamente con riferimento alle componenti che consentono la riduzione della stessa, come detrazioni, ritenute, crediti d’imposta, che, originariamente propri di ciascun coniuge, vengono in tal modo applicate non già alle singole posizioni, ma sull’ammontare complessivo delle imposte calcolate sui redditi dei dichiaranti. Ha pertanto errato la Ctr (Commissione Tributaria) nel ritenere illegittima la compensazione tra il debito Irpef e il credito Irpef del coniuge”.

Per quanto riguarda le ritenute e i crediti la sentenza è in linea con i principi generali della nostra Irpef in quanto imposta individuale. Poiché, nel caso di ritenute e crediti,si tratta di importi vantati nei confronti dell’erario da uno o dall’altro dei coniugi e come tali possono essere messi in comune nell’ambito del dare/avere della coppia. Quello che mette in crisi l’impianto normativo dell’Irpef è l’aver inserito insieme alle ritenute e i crediti anche le detrazioni. Come imposta personale l’Irpef si determina sui redditi dell’individuo, al netto delle deduzioni. L’imposta si calcola sulla base degli scaglioni di reddito applicando le aliquote previste, e da questa si scomputano le detrazioni d’imposta, anch’esse personali, in quanto legate strettamente alla condizione dell’individuo (tipo di lavoro, soggetti a suo carico fiscale, spese da lui sostenute). Le detrazioni così come sono definite nella legge azzerano l’imposta e non originano, pertanto credito.

Di certo la sentenza apre uno scenario interpretativo completamente nuovo nelle modalità di fare la dichiarazione Irpef congiunta. In prima battuta quello che non si capisce è perché insieme alle detrazioni, alle ritenute e ai crediti non sono state considerate anche le deduzioni dall’imponibile che hanno natura analoga alle detrazioni tanto che originariamente gran parte degli attuali oneri detraibili erano oneri deducibili. Nei fatti la sentenza rischia di generare ulteriore confusione su un'imposta la cui complessità normativa non ha ormai più limiti. E potrebbe creare disorientamento e false aspettative tra i contribuenti, soprattutto tra quelli più deboli. Forse sarebbe stato più opportuno nella sentenza dare maggiori spiegazioni del perché sono state inserite anche le detrazioni nel cumulo delle imposte dovute dai coniugi. Letta così a qualcuno potrebbe venire il sospetto che sia una svista dei giudici.

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Premio Lef, il 6 luglio la consegna con Morando Resta Bises e Romano

All'evento interverranno il vice ministro dell’Economia Enrico Morando, il consigliere della Corte dei Conti Massimo Romano, il docente di Scienza delle finanze Bruno Bises ed Eligio Resta, professore emerito di Filosofia del diritto. La premiazione si terrà presso la sala dell'Istituto di Santa Maria in Aquiro del Senato in piazza Capranica, 72 a partire dalla 10,30. (Scarica la locandina e il programma).

Premio Lef all’atto finale. Si terrà il 6 luglio prossimo, la premiazione delle migliori tesi in materia tributaria e focalizzate in particolare sui temi della legalità e dell’equità fiscale.

La consegna dei premi sarà l'occasione per un dibattito al quale parteciperanno esperti di Fisco provenienti dal mondo delle università e dell’amministrazione. A cominciare dal professore ordinario di Scienza delle finanze di Roma Tre, Bruno Bises, che affronterà il tema della composizione del sistema tributario in relazione alla crescita e alla redistribuzione. Poi Massimo Romano, consigliere della Corte dei Conti, spiegherà come la tecnologia possa aiutare a prevenire l’evasione. Il vice ministro dell’Economia, Enrico Morando, parlerà invece di equità ed efficienza del prelievo, seguito da Eligio Resta, professore emerito di Filosofia del diritto, che terrà una lectio magistralis su “Legalità e bene pubblico”.

L’iniziativa si concluderà con la consegna dei premi Lef 2014-2015: tre borse di studio  da 2mila euro lorde ciascuna che andranno ai migliori elaborati in materia fiscale.

Chi è interessato e vuole partecipare è pregato di inviare una mail di conferma all’indirizzo di posta elettronica Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.. (Scarica la locandina e il programma)

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Il creditore pubblico tra limiti del sistema e crisi economica

Fisco Equo pubblica una sintesi dell’intervento di Massimo Romano* nel corso del convegno “Debitore forte & debitore debole” che si è svolto a Rimini lo scorso 6 maggio.(Qui la versione integrale).

La crisi economica ha evidenziato, e in alcuni casi messo a nudo, molti dei limiti strutturali che caratterizzano la nostra finanza pubblica. Da un lato le difficoltà nel contenere il debito pubblico, che anzi non accenna a diminuire. Dall’altro l’incapacità di far fronte a situazioni di grave iniquità, come testimoniano i dati sulla pressione fiscale, che peraltro è quasi integralmente sulle spalle di lavoratori dipendenti e pensionati. In questo contesto si inserisce il problema ulteriore del credito pubblico e dell’evasione fiscale. Un problema che sta assumendo contorni sempre più preoccupanti, e che vede lo Stato e le amministrazioni pubbliche non in grado di riscuotere i crediti già accertati ed esigibili. Quello che sta emergendo con sempre più forza, in altre parole, è il ruolo dello Stato come creditore debole.

Entrate sì, ma sulla carta. Per comprendere la portata del problema è necessario qualche dato. Nel 2014 le entrate contabilizzate dalle Pa ammontavano a 772,2 miliardi. Nel 2015 le entrate tributarie erariali di competenza sono state pari a 436,3 mld di euro, mentre quelle degli enti territoriali pari a più di 66 mld. Se a ciò si aggiungono le entrate extratributarie, si ha la dimensione di quanto il bottino sia considerevole. Ma tutto ciò che è accertato deve essere poi riscosso, ed è qui che iniziano i problemi. I numeri di Equitalia, in questo senso, sono emblematici: per gli affidamenti più remoti (dal 2000 al 2003), al 2015 la percentuale di riscossione supera di poco il 20%, e se si guarda al periodo più recente la situazione è ancora più desolante. Basti pensare che nel 2010, su un carico netto affidato di 68,2 mld, risulta un riscosso di poco superiore all’11%. E si tratta solo della punta dell’iceberg. Dal rendiconto 2014 della Corte dei Conti emerge come l’Irpef, Ires e Iva dichiarate e non versate dai contribuenti siano passate da 8 miliardi nel 2008 a 10,6 mld nel 2011, ma soprattutto che su 31,2 miliardi di sanzioni non tributarie accertate nel 2014 siano stati riscossi solo 2,8 mld.

Cause e soluzioni. Insomma, così il sistema di riscossione non funziona. Ciò è dovuto, tra gli altri, al meccanismo “scritture contabili/dichiarazione/versamento spontaneo” che non consente una emersione puntuale delle basi imponibili e quindi un adeguato contenimento dell’evasione, al contrario del meccanismo della ritenuta d’acconto utilizzato da lavoratori dipendenti e pensionati. Per ridurre l’evasione, sostanziale e di riscossione, si può agire su due fronti. In primis adottando, su base obbligatoria, la fatturazione elettronica, integrandola poi con l’obbligo, per le operazioni tra soggetti Iva, del pagamento tracciato con ritenuta d’acconto a cura della banca intermediaria.

Discorso più approfondito merita il capitolo relativo alla tutela del credito tributario. I diversi strumenti –si pensi alle proroghe di rateazione- messi a disposizione delle imprese al fine di evitare il fallimento sono stati utilizzati in alcuni casi a scopo dilatorio, in altri hanno portato a insolvenze definitive. A ciò si aggiunge un elemento di iniquità nel sistema di riscossione “coattiva”, che di fatto non tiene conto della situazione patrimoniale del debitore e finisce con il colpire essenzialmente chi ha un reddito visibile. A corollario, va poi sottolineato come anche sul piano legislativo il credito pubblico si trovi in una posizione deteriore rispetto al credito privato. Per i debiti fino a mille euro, l’agente di riscossione non può avviare azioni di recupero prima di 120 giorni dall’invio del sollecito; l’iscrizione ipotecaria non è consentita per i debiti inferiori a 20mila euro, e se superiore deve essere preceduta da una comunicazione “preventiva” in cui si invita al pagamento entro 30 giorni; l’espropriazione immobiliare è vietata se l’immobile è ad uso abitativo, ha un valore inferiore a 120mila euro o non sono trascorsi almeno sei mesi dall’iscrizione ipotecaria; le somme dovute a titolo di stipendio o indennità possono essere pignorate in misura pari a un decimo (per importi fino a 2500 euro) o un settimo (se di importo compreso tra 2500 e 5mila euro). Appare chiaro quindi che un sistema di riscossione efficiente non possa prescindere da una normativa in grado di tutelare il credito pubblico tanto e anche più del credito privato. 

* L'autore è stato direttore del Dipartimento delle entrate dal 1996 al 2000 e direttore dell'Agenzia delle entrate nel  2001 e dalla fine del 2006 al maggio 2008. Attualmente è consigliere della Corte dei conti. (Qui la versione integrale).

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Destina il 5 per mille a LEF

Le ricordiamo che anche quest’anno è possibile destinare a Lef– Associazione per la legalità e l’equità fiscale- la quota del 5 per mille dell’Irpef. Per farlo basta apporre la firma sull’apposita scheda della dichiarazione dei redditi, nello spazio destinato al sostegno del volontariato, scrivendo il codice fiscale di Lef: 97597420583.

I fondi raccolti saranno utilizzati esclusivamente per finanziare le borse di studio del premio Lef e promuovere attività studi, analisi e convegni sulla legalità fiscale.

Lef è un’associazione culturale che nasce con l’obiettivo di promuovere l’equità fiscale, non ha scopi di lucro e si autofinanzia con le quote dei soci e i contributi volontari di Enti, Associazioni e singoli cittadini. Tutte le attività e le prestazioni svolte dagli associati, sia a titolo di incarico previsto dalle norme statutarie, sia come apporto personale in relazione alle diverse esigenze e necessità dell’associazione sono a titolo gratuito. Se condividi il nostro impegno per un fisco più equo e non hai tempo per un tuo impegno diretto la scelta di destinare a Lef il 5 per mille è un modo concreto per aiutare l'associazione.

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Dichiarazione precompilata, per chi si rivolge agli intermediari tariffa sale fino a 100 euro

di Lelio Violetti

La dichiarazione precompilata, che nelle intenzioni dell'Agenzia delle Entrate dovrebbe semplificare la vita ai contribuenti, rischia di trasformarsi in un aggravio di spesa per i contribuenti più deboli che continueranno a rivolgersi agli intermediari. Agli aumenti delle tariffe registrati lo scorso anno sembra destinato ad aggiungersi un nuovo generalizzato incremento. L'esborso per una dichiarazione, nei casi più complessi, arriva fino a 100 euro. Una spesa, quella dei contribuenti, che si aggiunge al compenso erogato agli intermediari dallo Stato per ogni dichiarazione compilata e trasmessa all'amministrazione finanziaria. A spingere una parte consistente dei contribuenti dipendenti e pensionati a rivolgersi all'intermediazione è la complessità del sistema dichiarativo del nostro Paese. Perciò sarebbe necessario accompagnare la positiva rivoluzione della precompilata con una significativa semplificazione dell'Irpef in grado di spingere un numero sempre maggiore di contribuenti ad accedere direttamente al sito dell'Agenzia e ad utilizzare l'applicazione informatica da questa resa disponibile compilando e inviando la dichiarazione senza ricorre all'intermediazione.

Insomma per fare in modo che il cambiamento epocale della precompilata, che restituisce all’amministrazione finanziaria un ruolo proattivo nella fase dell’adeguamento spontaneo e capovolge, dopo ben quarantatre anni, uno schema che non prevedeva contatti diretti con il contribuente nel momento dichiarativo, diventi anche un alleggerimento dei costi e una semplificazione fruibile dalla maggioranza dei contribuenti occorre da un lato semplificare l'Irpef e dall'altro migliorare l'applicazione informatica.

Diversamente anche i contribuenti con una situazione reddituale semplice, come lo sono in genere i lavoratori dipendenti e i pensionati, preferiranno l’aiuto dell’intermediazione al “fai da te” offerto sul sito dell’Agenzia delle entrate. Infatti la nostra legislazione alla base dell’IRPEF non facilita, anzi decisamente scoraggia, l’instaurarsi di un rapporto diretto. Sono presenti nella nostra IRPEF diversi tipi di agevolazioni, concesse a pioggia, tra detrazioni, deduzioni e crediti; esistono detrazioni decrescenti al crescere del reddito e ben 7 tipologie di oneri detraibili (19%, 26%, 36%, 41%, 50%, 55% e 65%). E questa complessità anziché diminuire aumenta ogni anno. Inoltre recentemente con il credito d’imposta di 80 € mensili concesso ai dipendenti, si è ampliato l’utilizzo di questo tipo di agevolazione che da diritto al contribuente, nel caso di non capienza con l’imposta dovuta, ad una restituzione dell’importo non detratto o sotto forma di compensazione o di riporto all’anno successivo o di richiesta di rimborso (imposta negativa). Districarsi in questo groviglio da soli non è affatto facile sopratutto per il contribuente più comune, il lavoratore dipendente e pensionato. Le elevate, anzi elevatissime se si considerano anche le addizionali, aliquote applicate per la determinazione dell’imposta, a loro volta, hanno originato “una specie di si salvi chi può” in quanto per sfuggire all’ingente tassazione, ogni tipologia di contribuente e di reddito e ogni settore economico di attività hanno richiesto ed ottenuto dal parlamento e dal governo ogni sorta di agevolazione, trasformando e snaturando completamente la semplicità dei calcoli necessari per quantificare l’imposta.

Le istruzioni per la compilazione del modello 730 del 2016, relative all’anno d’imposta 2015, sono di ben 102 pagine e di certo questo non facilita la comprensione di ciò a cui il contribuente ha diritto, né la certezza della spettanza di eventuali agevolazioni così come la sicurezza della validità della documentazione che certifica questo. In tale contesto fino all’anno d’imposta 2013, anno precedente l’introduzione del 730 precompilato, i compensi che i CAF e gli intermediari abilitati, ricevevano dallo Stato per le loro attività di supplenza dell’amministrazione finanziaria nella compilazione della dichiarazione modello 730, derivavano da:  acquisizione dei dati su supporto magnetico sulla base di quanto indicato dal contribuente sul modello cartaceo;  controllo della documentazione comprovante i benefici fiscali reclamati dal contribuente;  elaborazione dei dati contabili fino alla determinazione del risultato a debito/credito;  trasmissione di questo risultato al sostituto d’imposta per il conguaglio;  invio telematico dei dati della dichiarazione all’Agenzia delle entrate. Tutte le attività, eseguite in aggiunta a queste, erano “consulenza fiscale” che l’intermediario giustamente si faceva pagare a parte dal contribuente. Di tutte queste funzioni, a suo tempo delegate dallo stato, con l’avvio del 730 precompilato, concretamente è rimasta solo il controllo di validità della documentazione che a sua volta è stata ampliata in quanto l’intermediario è ora responsabile non solo della conformità di questa alla normativa vigente, ma anche della sua validità e l’amministrazione, in caso di non validità, si rivarrà nei suoi confronti. Infatti tutte le altre funzioni o sono svolte direttamente dall’Agenzia (trasmissione del risultato contabile al sostituto d’imposta) o esiste un’applicazione informatica, resa disponibile dall’Agenzia, che potenzialmente potrebbe essere utilizzata anche dagli intermediari.

A questo proposito si rileva che l’applicazione informatica dell’Agenzia, destinata a chi dichiara in prima persona, coesiste con quelle di mercato e non si capisce il perché l’intermediario, per sua autonoma scelta, non possa anche lui utilizzarla. Una scelta di questo comporterebbe una semplificazione della gestione operativa dell’intermediario in quanto, utilizzando l’applicazione e gli archivi dell’Agenzia, terrebbe memoria nel proprio sistema informativo solo dei risultati del suo operare (utenti, dichiarazioni e risultati). C’è anche da tener conto del fatto che l’applicazione dell’Agenzia è certificata all’origine. Il semplice trasferimento della responsabilità della documentazione, comprovante le agevolazioni, dal contribuente all’intermediario ha messo in moto un aumento indiscriminato delle parcelle richieste ai contribuenti per l’assistenza e la consulenza nella compilazione della loro dichiarazione. Di sicuro il rischio per gli intermediari è aumentato e sono conseguentemente aumentati i costi per le coperture assicurative. Ma il tutto è giustificato, anche in considerazione del fatto che lo Stato con i compensi, erogati agli intermediari, contribuisce al costo del servizio? Da una stima illustrata nel documento la “Dichiarazione precompilata” redatto dall’Ufficio Studi della nostra associazione (consultabile sul sito www.fiscoequo.it) risulta che il numero di documenti (per documento s’intende l’insieme delle ricevute che giustificano la richiesta complessiva d’una agevolazione) i cui dati non saranno precompilati dall’Agenzia e che dovranno essere comprovati dal contribuente o verificati da chi presta l’assistenza fiscale saranno quest’anno circa 8,1 milioni pari al 16% dei circa 50 milioni di documenti totali. Nell’ipotesi che nel 2016 il numero dei soggetti, che compileranno direttamente la dichiarazione, servendosi dell’applicazione informatica dell’Agenzia delle entrate, arrivi a 5 milioni, circa 14 milioni si rivolgeranno agli intermediari, CAF e autorizzati, per una spesa, considerando i compensi previsti, a carico dell’erario, di circa 225 milioni di €. Questo significa che gli intermediari riceveranno un compenso di circa 20-25 € per ogni documento di cui si assumeranno la responsabilità in quanto non certificato da un soggetto terzo che ha trasmesso i relativi dati all’Agenzia. È indubbio che nel periodo di andata a regime dell’applicazione informatica della dichiarazione precompilata, resa disponibile dall’Agenzia, i compensi erogati agli intermediari dallo stato debbano andare a coprire, oltre al controllo sostanziale della documentazione, anche gli investimenti già fatti e non ammortizzati, in particolare per le applicazioni informatiche installate nei loro sistemi informativi.

È anche indubbio che gli intermediari con la loro attività hanno svolto un ruolo sociale importantissimo in quanto la nostra legislazione alla base dell’IRPEF ha reso sempre più arduo, anche al contribuente più comune, di rapportarsi da solo con il fisco. Tutto ciò premesso, la crescita incontrollata delle tariffe non trova nei dati, precedentemente esposti, alcuna giustificazione e dovrebbe far riflettere il legislatore sulla necessità di semplificare al più presto le regole alla base del calcolo dell’IRPEF. È questo ormai un obiettivo indifferibile altrimenti si rischia di dare sempre più spazio a rendite di posizione che non solo non hanno alcuna giustificazione ma costituiscono un danno proprio per i soggetti fiscalmente più deboli come lo sono la gran parte dei lavoratori dipendenti e dei pensionati che presentano la dichiarazione dei redditi.

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Fisco Equo

Siamo un gruppo di persone della società civile che ha scelto di impegnarsi per promuovere lo sviluppo di una maggiore conoscenza della realtà fiscale del nostro paese. A spingerci è soprattutto la comune sensibilità verso i temi della legalità ed equità fiscale.

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