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Scontrino, questo sconosciuto: il caso bolognese e il fallimento delle strategie di contrasto all’evasione

Un nuovo episodio di spudorata evasione, stavolta in una discoteca di Bologna, testimonia ancora una volta l’inefficacia delle politiche fiscali attuate negli ultimi anni.

I furbetti della movida colpiscono ancora. È una storia di ordinaria evasione in un ordinario venerdì sera quella documentata domenica scorsa, sulle pagine dell’edizione bolognese di Repubblica, dal giornalista Aldo Balzanelli. Una di quelle vicende che farebbe scalpore, se solo si trattasse di un caso isolato. E che invece è l’ennesimo desolante, plastico esempio – che va anche al di là dei pur eloquenti numeri- del completo fallimento delle strategie di contrasto all’evasione fiscale messe in atto dai vari governi che si sono succeduti in questi anni.

Protagonista del misfatto, una discoteca di Bologna. Premessa: non si tratta di metodi evasivi chissà quanto raffinati, anzi. Ma si sa, quando i controlli sono pochi e le sanzioni basse, non è poi così necessario far correre l’ingegno oltre il dovuto. La furberia di cui racconta Balzanelli funziona così: il locale è a ingresso libero, chi vuole entra senza pagare. Una volta dentro si riceve una tessera, che dà diritto ad una consumazione gratuita. Sul tagliandino ci sono una serie di simboli, dal guardaroba al drink, che vengono obliterati se si consuma. Il dovuto si sborsa alla fine: si va alla cassa e, una volta pagati ingresso e consumazioni, si riceve un bigliettino, detto “exit”, senza il quale il buttafuori non ti fa uscire. Ovviamente il tutto senza fare lo scontrino, troppa grazia. E se lo domandi, ti guardano pure di traverso: alle tre di notte, racconta ancora Balzanelli, la cassiera a cui lo chiede gli batte la ricevuta n.50 della serata, non senza qualche sbuffo. Delle due l’una: o il locale va particolarmente male- e non pare, a quanto scrive il cronista- oppure chi lo gestisce non si sforza nemmeno di salvare le apparenze.

Quei controlli del 2010. E dire che il fenomeno non è poi così sconosciuto, specie da quelle parti. Basti ricordare il blitz nelle discoteche emiliane effettuato la notte di Halloween del 2010, in attuazione di un accordo fra Agenzia delle entrate e Siae. Su otto locali controllati i risultati furono sorprendenti, e non in senso positivo: timbri sulle mani invece degli scontrini, discoteche camuffate da circoli associativi e, per non farsi mancar nulla, anche lavoratori impiegati in nero. In un locale di Modena furono contati 314 scontrini e 163 biglietti d’ingresso non emessi; ancora meglio fece una discoteca nel ravennate: 4 mila prevendite emesse completamente in nero, per un incasso di oltre 23mila euro.  Superfluo sottolineare come il caso emiliano sia solo la fotografia di un fenomeno in realtà più ampio, diffuso praticamente in ogni angolo d’Italia; colpisce, però, come a quattro anni di distanza da quell’operazione poco o nulla sia effettivamente cambiato. Da questa vicenda è lecito trarre due conclusioni, entrambe inquietanti, che certificano ancora una volta come il problema dell’evasione fiscale sia stato in questi anni nascosto sotto al tappeto: da un lato l’attuale sistema sanzionatorio non è evidentemente in grado di scoraggiare i comportamenti evasivi; dall’altro i controlli, spesso estemporanei e quasi mai effettuati con regolarità - si ricordi il "celebre" blitz di Cortina-, non inducono gli esercenti alla fedeltà fiscale nel lungo periodo. Più di tutti, c’è un dato che ben sintetizza la reale volontà di contrastare l’evasione, e lo ha fornito mesi fa la Corte dei Conti: le piccole imprese italiane (il 96% del totale) che ricevono un accertamento fiscale sono in media tre su cento: in pratica "rischiano" di subire un controllo ogni trentatré (33) anni. Quando un numero vale più di mille parole.

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Renzi mette nel mirino l’Agenzia delle entrate e strizza l'occhio agli evasori

Parlando di eccessiva discrezionalità , il premier non solo finge di ignorare le regole procedurali, ma offre una formidabile sponda agli evasori incalliti.

 

Il fisco, da sempre campo di battaglia della politica, si sta rivelando un terreno difficile anche per l’attuale presidente del consiglio. I decreti attuativi della riforma, più volte annunciati, tardano ad arrivare. La ragione potrebbe essere quella di ponderare con la massima attenzione le misure da adottare. E se così fosse sarebbe un bene. Tuttavia qualche dubbio sulle reali intenzioni di Renzi comincia a sorgere. In due recenti interviste, la prima a Lucia Annunziata su Rai3 e la seconda a Marco Damilano sull’Espresso, il Premier, parlando di fisco, ha puntato il dito contro l’Agenzia delle Entrate. L’accusa in entrambi i casi è che l’Agenzia gode di una eccessiva discrezionalità. “Accerta 100 e poi si accontenta di riscuotere 1”. E ciò che più è inaccettabile, sempre secondo il Premier è che oggi “La sfanghi solo se hai  amici all’Agenzia”. Affermazioni così impegnative e sconsiderate pongono un problema. Nel nostro Paese vi è una evasione diffusa nota a tutti. E quindi, si presuppone, anche a Renzi. Al quale certamente non può sfuggire che il suo messaggio rappresenta una formidabile sirena per le orecchie di chi non fa il proprio dovere con il fisco oltre a suonare come sconfessione dell’operato dei funzionari che cercano di contrastare l’evasione applicando le leggi e scontrandosi spesso con mille difficoltà operative. Dal capo del Governo, dunque, sul fisco arriva un messaggio ambiguo che per certi versi sovrasta la sostanza stessa dell’operato dell’esecutivo. Si ha l’impressione che sia in atto un tentativo di strizzare l’occhio a quanti non sono in regola. A quanti hanno in corso un contenzioso con l’amministrazione e sperano in un cambiamento delle regole per non pagare o pagare meno. Il doppio attacco all’Agenzia, che certamente non è casuale, rappresenta la più significativa manifestazione di continuità con l’operato dei governi del Centrodestra. Da un lato si punta su forme di ravvedimento spinto e sanatorie con favori più o meno grandi a chi ha evaso, dall’altro si depotenzia l’attività di contrasto delegittimando pubblicamente la struttura preposta ad accertare l’evasione. 

Il tutto cercando di mettersi in sintonia, in modo demagogico e strumentale, con quello che rappresenta un modo di pensare largamente diffuso in Italia, secondo il quale le Istituzioni operano abitualmente in modo discriminatorio, utilizzando, come si suole dire, “due pesi e due misure” per trattare le varie situazioni. Del resto domande come “ma non conosci nessuno in quell’ufficio?” che tante volte abbiamo ascoltato, sono la riprova di un paese culturalmente votato alla scorciatoia, all’aggiramento della regola o, se si preferisce, all’interpretazione piuttosto che all’applicazione della regola.

Le cause di ciò sono lontane. Certamente ha inciso una deformata cultura del perdono, spesso trasformata in una sorta di simonia “terrena” (i condoni fiscali, edilizi, ecc.) per sanare le violazioni commesse dai cittadini e la prolungata inerzia degli organi dello Stato. In una larga fetta della società vi è ladiffusa convinzioneche senza un “santo in Paradiso” i problemi non si possono risolvereo, al contrario, che con il “santo in Paradiso” si può risolvere (a proprio favore) qualunque problema.

Ciò che appare davvero sorprendente e che non può essere giustificato è il fatto che chi si candida a “cambiare verso” al Paese anziché operare per superare la deprimente realtà ne diventi una sorta di cantore nella convinzione magari che ciò aumenti la propria popolarità nei sondaggi. D’altra parte operazioni incisive nel contrasto all’evasione fiscale potrebbero avere un prezzo elettorale.  E allora cosa c’è di più semplice e redditizio che mettersi contro chi cerca di far rispettare le regole o applicare le leggi. La delegittimazione dell’Agenzia comunque potrebbe trasformarsi in un boomerang. Perché gli italiani che possono amano evadere, ma vorrebbero anche vedersi ridurre le tasse. E una delle strade per contenere il prelievo su chi paga è proprio quella di recuperare soldi dagli evasori. Lo stesso Governo prevede di incassare 3,5 mld aggiuntivi nel 2015 dalla lotta all’evasione. Perciò l’attacco sconsiderato all’Agenzia è destinato a scontrarsi con la realtà. Essonon può rappresentare una strategiae forse viene buttato sul tavolo della discussionemediatica per giustificare qualche norma a favore degli evasoriche ci si accinge ad emanare,come quelle già prospettate nello schema di decreto legislativoche modifica le disposizioni penaliin materia tributaria.

Tuttavia volendo entrare nel merito delle affermazioni di Renzi circa la discrezionalità dell’Agenzia ci permettiamo di evidenziare alcune questioni tecniche che mostrano la poca informazione del Premier quando parla di problemi del fisco.

Anzitutto è opportuno ricordare che le prestazioni tributarie sono regolate dalla legge (“riserva di legge” art. 23 Cost.). Per taluni aspetti attuativi e di dettaglio la legislazione fiscale è integrata da norme regolamentari, emanate dopo un rigoroso iter procedimentale. L’amministrazione finanziaria non ha discrezionalità in senso amministrativo, come invece è riconosciuto ordinariamente alla pubblica amministrazione. Ciò significa che il presupposto d’imposta, la base imponibile, le regole procedurali sono unicamente quelle previste dal quadro normativo in vigore. L’unico “spazio” di apprezzamento tecnico che è attribuito al fisco riguarda le prove che possono essere utilizzate per affermare la sussistenza di un determinato fatto o presupposto. Tali prove, tuttavia, non possono mai tradursi in valutazioni arbitrarie, ma devono corrispondere a parametri logici alquanto rigorosi.

Affermare, come ha fatto il Presidente Renzi, che“l’Agenzia ha accertato 100 milioni e poi porta a casa 1 - 1,2 milioni con una transazione” significa fare disinformazione e ignorare le regole procedurali.

Occorre, infatti, ricordare che:

a) l’obbligazione tributaria è indisponibile. Pertanto, in presenza di un accertamento di tipo analitico, cioè basato su prove di evasione certe o su ragioni di diritto (a causa di una non corretta applicazione delle norme fiscali) la pretesa tributaria non può essere discrezionalmente ridimensionata da parte degli uffici fiscali, neanche in sede adesione del contribuente. Altra cosa è la definizione della pretesa tributaria mediante adesione ad un accertamento di tipo presuntivo (ad esempio quando si ha la prova certa della vendita di merci in nero, ma non dell’esatto ricarico praticato). Oppure quando l’amministrazione fiscale si trovi, nella fase iniziale della procedura di accertamento, a dover quantificare l’imponibile senza poter tenere conto di elementi a favore del contribuente, elementi che soltanto nella fase del contraddittorio vengono provati. Lo stesso può accadere in caso di doverosa correzione di un accertamento già emanato viziato da errori di calcolo o altro (autotutela). Da qui la possibilità di abbattimenti degli imponibili solo apparentemente ingiustificati, ma in realtà del tutto legittimi e doverosi, perché intesi a definire correttamente l’ammontare dell’imposta dovuta dal contribuente.

b) Gli strumenti volti a prevenire le controversie determinano fisiologicamente un notevole scarto tra le somme inizialmente dovute e quelle definite anche per la conseguente automatica e drastica riduzione delle sanzioni amministrative. Infatti, anche quando si applicano i c.d. “istituti deflativi del contenzioso” (definizione del verbale, acquiescenza all’accertamento, accertamento con adesione, mediazione tributaria, conciliazione giudiziale), l’amministrazione fiscale non può operare discrezionalmente sconti o riduzioni, ma deve correggere errori o rivedere valutazioni di tipo presuntivo che in sede di contraddittorio si rivelano essere eccessive. Tali istituti consentono per legge di beneficiare di consistenti riduzioni delle sanzioni e le stesse, anche se inizialmente applicate nella misura massima di 2,4 volte l’imposta evasa nel caso di comportamenti particolarmente gravi, quasi sempre si definiscono ex lege in ragione di 1/6 dell’imposta evasa! Ciò spiega la rilevantissima differenza tra le somme inizialmente quantificate dall’amministrazione e le somme poi effettivamente definite.

Precisato ciò occorre anche rilevare che giustificare l’introduzione di una fascia di non punibilità penale correlata all’ammontare dei ricavi con i pretesi arbitri o errori operati dall’Agenzia delle entrate in sede di accertamento appare illogico e contraddittorio. Se si tratta di arbitri o di errori, non si vede perché i contribuenti debbano pagarvi le imposte e le sanzioni amministrative. Diversamente, se gli errori in buona fede sono dei contribuenti, i rischi penali non sussistono, presupponendo tutte le fattispecie incriminatrici il dolo e non la semplice colpa.

Infine è appena il caso di ricordare che, se il presidente Renzi dovesse essere a conoscenza di comportamenti scorretti da parte di singoli operatori dell’amministrazione, sarebbe un suo preciso dovere segnalarlo agli organi competenti, per le conseguenti iniziative di carattere disciplinare o penale.

Purtroppo generiche affermazioni su presunte sistematiche manchevolezze dell’amministrazione finiscono solo per indebolire l’azione dell’amministrazione e la credibilità stessa delle Istituzioni in un momento in cui occorrerebbe rafforzare nei cittadini i sentimenti di coesione e di appartenenza alla comunità nazionale.

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Fisco, si parla di norma 'salva Berlusconi' e Renzi va nel pallone

Per il premier il fisco italiano è troppo discrezionale. Per salvarsi bisogna avere amici all'Agenzia delle entrate altrimenti sei fregato. Ci vogliono dei criteri prestabiliti: il 3% ci sembrava buono...

Si parla della norma salva Berlusconi inserita nel decreto attuativo della delega fiscale e Renzi va nel pallone. La scena va in onda nello studio di in 1/2 ora, la trasmissione di Rai3 condotta da Lucia Annunziata. Ormai la puntata è alla fine e la conduttrice chiede se il Governo ripresenterà la norma del 3%... con o senza la frode. Renzi fa un sospiro e poi attacca: "rispondere in 30 secondi non è la cosa più semplice". “E' semplice”, incalza la conduttrice, “Mi dica se la ripresenta e se includerà anche la frode”. A quel punto Renzi si avventura in una serie di luoghi comuni e strafalcioni che nemmeno gli evasori più incalliti riuscirebbero a mettere in fila. Come prima cosa attacca l'Agenzia delle Entrate che a suo dire opererebbe con troppa discrezionalità. "L’ Agenzia delle entrate -afferma il Premier- ha dei margini di discrezionalità inaccettabili. Se stai simpatico all'Agenzia la sfanghi, se gli stai antipatico no… è un metodo ingiusto. Occorre stabilire dei criteri per i quali se uno fa degli errori di poco conto… deve poter pagare”.

Tralasciando la sottintesa equiparazione dell’ “errore” alla frode, Renzi prosegue la sua personale invettiva contro il fisco: “Oggi sentiamo che l’Agenzia ha accertato 100 milioni e poi porta a casa 1 - 1,2 milioni con una transazione. Cosi non funziona. O dai la possibilità a tutti di avere gli stessi criteri, oppure avrai sempre un sistema con cittadini di serie A e cittadini di serie B”. Ragionamento che a prima vista parrebbe in lieve contraddizione con la norma “Salva Silvio” presentata in Cdm alla vigilia di Natale. Sul tema Renzi fa candidamente spallucce: “Se il 3% è il criterio giusto non lo so,  le commissioni stanno valutando. Quando l’abbiamo proposto, partendo dal principio di buona fede, avevamo notato degli aspetti positivi. Poi ci sono stati fatti notare dei punti critici che stiamo verificando. Ma il punto- sottolinea ancora il Premier- è che voglio un fisco uguale per tutti”.. Insomma, la tesi del premier è che l'Agenzia sia dotata di troppa discrezione, e che per risolvere il problema dei poveri contribuenti che non hanno amici all'Agenzia basterebbe introdurre la soglia de 3%. Se non fosse tragico ci sarebbe da ridere. Il Premier ci vuole convincere che la norma salva Berlusconi serve per i poveracci perseguitati dall'Agenzia, una sorta di organizzazione a delinquere che non avendo criteri opera con discrezione e arbitrio favorendo gli amici e tartassando la gente comune. Ergo, introducendo la norma salva Berlusconi il fisco diventerebbe "uguale per tutti".  Davvero disarmante. Siamo passati dalle barzellette di Berlusconi sulla Guardia di finanza alle invettive di Renzi contro l'Agenzia delle Entrate. Dal comico al tragico.

Qui la puntata integrale, sul fisco dal minuto 37. A voi i commenti.

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Antiche certezze e nuovi rimedi: dal latitante fiscale, all'evasore camuffato da elusore

Sommerso da record, pochi controlli e forte sperequazione fra la contribuzione di lavoratori e pensionati rispetto a quella di autonomi e imprese. Nel contesto italiano l’evasione fiscale si sta affermando come fenomeno di massa, ma le strategie di contrasto messe in atto finora, spesso deboli o inefficaci, pongono seri dubbi sulla effettiva volontà di perseguire l’equità fiscale. Non di rado una vasta schiera di politici ha annunciato azioni concrete per la lotta all’evasione, salvo poi fare retromarcia e varare scudi o sanatorie: se ne contano oltre ottanta dall'Unità d'Italia ad oggi. Dai rapporti della Banca d’Italia emerge che l’economia non osservata è pari al 27,4% del Pil, mentre le attività sommerse si attestano al 16,5%, di cui il 10,9% è riferito alle attività criminali. Emblematici i dati relativi all’infedeltà fiscale: tra il 2007 e il 2012 l’importo medio di imposte evase ammonta a 91 miliardi di euro, un tesoro cui contribuiscono per 44 miliardi le imposte dirette e, primato internazionale, l'Iva per quaranta. Ciononostante, i controlli risultano gravemente insufficienti: la percentuale di accertamenti scende dal 94%, nel caso di aziende di grandi dimensioni, al 3% nel caso di autonomi e piccole imprese. In pratica un controllo ogni trentatré anni. Se a ciò si aggiunge che, in termini di contribuzione Irpef, il 79% del gettito totale deriva da adempimenti di lavoratori dipendenti e pensionati, appare netta la sperequazione fra questi ultimi e le attività economiche indipendenti: mentre i primi hanno poche possibilità di aggirare il fisco, le seconde possono autodeterminare liberamente la propria condotta fiscale. Uno scenario “desolante” secondo la Corte dei Conti, cui la delega avrebbe dovuto porvi rimedio attraverso un’organica revisione del sistema fiscale. I decreti attuativi presentati dal governo lo scorso 24 dicembre, però, non sembrano segnare una netta discontinuità col passato. Non sono affrontate alcune problematiche fondamentali, come la riconducibilità dell’inesistenza giuridica alla nozione di “operazioni inesistenti” o l’esatta definizione di “fittizietà” degli elementi passivi, né si chiarisce la rilevanza penale della condotta elusiva. Quanto all’impianto sanzionatorio, il Governo conferma la strategia incoerente e ondivaga degli ultimi anni, relegando la repressione penale al ruolo di mero simulacro.

La relazione di Fabio di Vizio.

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Rimborso dei crediti, interrogazione di Mauro sul rispetto dei tempi

Lo scorso 19 gennaio il senatore Mauro Mario si è rivolto al ministero dell’Economia e delle Finanze per evidenziare le criticità contenute nell’art.1 della legge n.147 del 2013, che obbliga l’Agenzia delle entrate a effettuare controlli preventivi sui rimborsi per carichi familiari superiori a 4mila euro. Secondo il senatore, questa norma non consente ai contribuenti di ricevere il rimborso in tempi rapidi, a differenza di quanto accadeva con il 730 semplificato che invece prevedeva una procedura automatica. In particolare penalizza una platea di 300mila contribuenti tra lavoratori e pensionati, che hanno ingenti spese detraibili o deducibili. Mario ha quindi domandato come il ministro intenda garantire che l’Agenzia delle entrate rispetti il termine di 6 mesi per effettuare i controlli ed erogare il rimborso, onde evitare che la procedura si traduca in anni d’attesa per le famiglie.

Interrogazione a risposta scritta 4-03267

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Delega fiscale prorogata di sei mesi, nel Cdm del 20 febbraio decreti su fatturazione, catasto e giochi

I decreti saranno divisi in due scaglioni: il primo su attrattività e semplificazione, il secondo su contenzioso e accertamento. Slitta la norma “Salva Silvio”.

La delega fiscale slitta di sei mesi. Lo ha riferito ieri Luigi Casero durante l’audizione in commissione finanze della Camera. Una decisione “indispensabile” ha spiegato il Viceministro, che il Governo prende per “garantire il dibattito e l’esame dei decreti attuativi” per il quale non ci sarebbe stato il tempo necessario, vista la scadenza della delega prevista per il 27 marzo. “Il veicolo della proroga è ancora da definire” ha aggiunto Casero, “ma potrebbe essere il decreto sull’Imu agricola” in fase di discussione alla Camera. Con lo slittamento, l’esecutivo avrà quindi il tempo di “suddividere i provvedimenti in modo omogeneo” e presentare i decreti “in due scaglioni”: il primo durante il Consiglio dei ministri del 20 febbraio, in cui si punterà su “attrattività e semplificazione del sistema fiscale per le imprese”; il secondo più incentrato sulla revisione dei procedimenti tributari. Per Daniele Capezzone (Fi), la proroga “è un passo in avanti significativo perché evita l’intasamento delle commissioni”. Scettiche le opposizioni, in particolare i 5 stelle che non credono che il “governo possa fare in sei mesi ciò che non ha fatto in un anno”.  

Il cronoprogramma. Casero ha poi precisato che tutti i decreti attuativi della delega saranno presentati “entro tre mesi”. Una prima tranche già nel Cdm del 20 febbraio, in particolare quelli che riguardano la semplificazione e l’attrattività del fisco: dalla fatturazione elettronica alla revisione del catasto, fino alla rimodulazione della tassazione sui giochi e la riforma del ruling. Già oggi commissione Finanze e Governo si sarebbero dovuti incontrare per discutere sui testi, ma la riunione della bicameralina, fissata per questa mattina, è slittata a mercoledì prossimo. L’altro pacchetto di decreti, che dovrebbe essere proposto a maggio, riguarderà accertamento, contenzioso e penale tributario. Rinviata quindi la norma “Salva Silvio” sulla non punibilità penale per le frodi fiscali al di sotto della soglia del 3%, che aveva costretto il Governo a ritirare in fretta e furia il testo presentato alla vigilia di Natale.

Le critiche. La tabella di marcia stilata dall’esecutivo non convince le opposizioni. Da un lato il deputato Sebastiano Barbanti parla di una “tempesta normativa” in arrivo che rischia di congestionare le commissioni; dall’altro Carla Ruocco dei 5 Stelle esprime scetticismo sulla possibilità di esaurire la delega in sei mesi, quando “per un anno si è fatto solo il 15%”. 

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Rassegna stampa del 12 febbraio 2015

Un miliardo di euro l’anno in più per big, utility e piccole società del comparto energetico. Tanto risparmieranno dopo la sentenza, pubblicata ieri dalla Corte Costituzionale, che dichiara illegittima la Robin Tax introdotta nel 2008 da Tremonti. Si calcola che in sei anni l’industria energetica abbia sborsato circa 7 miliardi: l’azienda che ha contribuito maggiormente è Enel con due miliardi, seguita a distanza da Terna (600 milioni) e Terna, con 300. Nessun rimborso, però. Nonostante l’incostituzionalità, la Consulta ha infatti precisato che la decisione non ha effetti retroattivi. Di Angela Zoppo, da Milano Finanza.

La modifica del regime dei minimi potrebbe finire nel decreto legge milleproroghe. Su questa soluzione pare ora orientata la commissione Bilancio e Affari costituzionali della Camera, che in queste ore è alla ricerca di coperture per garantire agli autonomi la possibilità di scegliere, per tutto il 2015, il vecchio o il nuovo forfait. Di Giovanni Galli, da Italia Oggi.

 

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Tangenti e traffici illegali, la "Lista Falciani" mette a nudo i conti in Svizzera di Vip ed evasori

Dall’inchiesta “Swissleaks” emerge un tesoro di cento miliardi messi al riparo dal fisco nelle casseforti del colosso bancario Hsbc. Oltre 5mila gli italiani nella lista dell’ex funzionario, a Torino si torna ad indagare.

Cento miliardi depositati in oltre ottantamila conti correnti, tenuti nascosti per evadere il fisco, pagare tangenti, finanziare guerre e traffici illeciti di diamanti e armi. È quanto emerge dal dossier “Swissleaks” su 106 mila clienti della filiale di Ginevra di Hsbc svelato dal consorzio di giornalisti investigativi Icij, la stessa che nel novembre scorso fece scoppiare lo scandalo “Luxleaks” e tremare il presidente della commissione Ue Junker. Il team di giornalisti ha analizzato gli 81mila conti della “Lista Falciani”, un elenco che porta il nome di un ex funzionario della Hsbc che per anni ha sottratto prove documentali finendo poi per collaborare con i magistrati francesi a un’inchiesta giudiziaria avviata nel 2008. Un fiume di denaro che getta nuove ombre sul segreto bancario svizzero e racconta di una finanza offshore avventata, illecita, dominata da oscuri faccendieri e broker spericolati, ma popolata anche di star dello sport, artisti e politici di ogni nazionalità e livello. Tra gli intestatari dei conti compaiono anche cinquemila italiani su cui già nel 2011 le procure di Roma e Torino aprirono indagini. Ma nel frattempo, buona parte dei capitali è rientrato con lo scudo fiscale, molti reati sono caduti in prescrizione e il bottino recuperato dal fisco italiano è di soli 30 milioni.

La vicenda. C’è un ex funzionario di Hsbc dietro l’operazione “Swissleaks”. Si tratta di Hervé Falciani, un informatico italo-francese che tra il 2006 e il 2008 trafuga dati e informazioni sui correntisti dell’istituto di credito: su di lui nel 2008 ricade il mandato di arresto da parte delle autorità elvetiche, con l’accusa di avere sottratto migliaia di file al colosso bancario. Scelta che non pagherà: l’ex dipendente accetta di collaborare con la giustizia e consegnare il dossier ai magistrati francesi. Ed è dalla “lista” in mano a Falciani che parte l’inchiesta giudiziaria. Un elenco di nomi e numeri, con l’indicazione di migliaia di clienti e intestatari: un fiume di denaro celato per anni, a testimonianza di un sistema opaco, in cui società offshore e faccendieri depositavano in Svizzera proventi spesso illeciti per sottrarli al fisco e proteggerli col segreto bancario. Un’inchiesta giudiziaria, quella francese, che ricollega parte di questi 100 miliardi a tangenti, traffici di armi usate per i massacri in Liberia, broker dediti al commercio illegale di diamanti per finanziare le guerre nel cuore dell’Africa. Nei file compaiono nomi riconducibili a Organizzazioni non governative sospettate di finanziare Al Qeada, ma anche politici. Come l’ex ministro del commercio con l’Estero egiziano, famoso per la fuga dalla rivolta del Cairo con 31 milioni di dollari in tasca. O come Rami Maklouf, cugino del presidente siriano Al Assad. Un sistema che arriva persino a toccare il parlamento inglese con l’ex presidente di Hsbc Steven Green, deputato alla camera con il partito dei Lord e fino al 2013 ministro del governo Cameron.

“Prima bassi standard”. Alla pubblicazione dell’inchiesta sul quotidiano francese “Le Monde”, i vertici di Hbsc, pur ammettendo “le irregolarità della filiale” si sono difesi dicendo che “gli standard dei controlli erano molto più bassi di quanto lo siano oggi” in quanto la banca ginevrina, acquisita nel 1999, “era rimasta per lungo tempo indipendente all’interno del gruppo”. Inizialmente, sostiene il consorzio di giornalisti che ha coordinato l’inchiesta, la stessa Hsbc aveva intimato di distruggere i dati.

La lista italiana. Campioni su due ruote, attori e stilisti, fino a casalinghe prestanome. Nella lista Falciani, finita sulle scrivanie delle procure di Roma e Torino cinque anni fa, figurano 5.439 italiani per un totale di 6,5 miliardi di depositi. Ma i risultati delle due inchieste parallele sono ad oggi scarsi: c’è chi ha dimostrato di non aver sottratto l’imponibile, chi ha visto il proprio reato prescritto, chi non ha superato la soglia penale dei 50mila euro di evasione e chi ha regolarizzato la posizione con lo scudo fiscale del 2009. A Roma su 800 segnalazioni si è arrivati al rinvio a giudizio in tre casi, a Torino solo in uno su 250. E non va meglio sul versante degli accertamenti. Secondo i dati della Guardia di Finanza, su 3.276 controlli ispettivi –inclusi i casi di adesione allo scudo- è emerso che il totale dei redditi non dichiarati ammonta a 741 milioni di euro. Col risultato che 190 sono stati denunciati per reati tributari e il recupero da evasione è stato complessivamente di 30 milioni di euro. Molti vip italiani presenti nella lista hanno nel frattempo regolarizzato la propria posizione col fisco. Valentino Garavani nel 2006 aveva un conto in Svizzera di circa 108 milioni, ma alla fine versò alcuni milioni di euro e chiuse la vertenza. Stessa sorte per Valentino Rossi che nelle casseforti elvetiche di milioni ne aveva 23 e, per un contrasto col fisco che riguardava anche la sua presunta residenza a Londra, risolse il contenzioso pagando 30 milioni all’erario.

Nuove indagini. L’inchiesta “Swissleaks” promette però nuove rivelazioni. Le Fiamme Gialle di Torino sono a lavoro su una lista Falciani-bis con 500 nominativi in più, consegnata a metà dello scorso anno dall’autorità fiscale spagnola, con la quale l’informatico collabora da tempo.

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Delega fiscale, in arrivo super condono selettivo per grandi evasori

Il Governo punta a sterilizzare la norma che prevede il raddoppio dei termini per l'accertamento fiscale in caso di reati azzerando di fatto gli accertamenti già fatti per i quali si è instaurato un contenzioso

Per i grandi evasori arriva un super condono a costo zero. Il governo del fare è fortemente impegnato a disfare una delle norme che negli ultimi anni ha contribuito in maniera più significativa al recupero dell'evasione. Quella che prevede il raddoppio dei termini per l'accertamento fiscale in presenza di reati. Lo strumento utilizzato dall'esecutivo è sempre il decreto legislativo che attua la delega fiscale attualmente sospeso per via della norma salva Berlusconi. Il provvedimento, oltre a vanificare il raddoppio dei termini per il futuro prevedendo che il raddoppio opera solo a condizione che la denuncia sia trasmessa entro il termine ordinario per l'accertamento, azzera tutti gli accertamenti fatti sulla base della vecchia norma non ancora divenuti definitivi. In pratica ciò significa che tutti i maxiaccertamenti per i quali è in corso un contenzioso sono risolti a favore del presunto evasore per il solo fatto che l'accertamento non è ancora diventato definitivo. Si tratta in pratica di un condono a costo zero a favore dei grandi evasori. A questo punto non ci resta che rimpiangere Tremonti: almeno chiedeva di pagare il 5%.

Lo schema di decreto legislativo ambiziosamente chiamato “certezza del diritto”, esaminato dal Consiglio dei ministri il 24 dicembre scorso e poi temporaneamente “ritirato”, a seguito delle polemiche suscitate in particolare dalla norma c.d. “salva Berlusconi”, non contiene solo varie disposizioni finalizzate a ridurre l’area dell’intervento penale in materia di evasione fiscale, quasi che in Italia l’evasione fosse una questione del tutto marginale. Esso contiene anche disposizioni che indeboliscono fortemente la stessa azione amministrativa di contrasto dell’evasione, in particolare quella che cerca di colpire i comportamenti più gravi e spregiudicati. Cerchiamo brevemente di spiegare come.

Fino al 2006 molti casi di grave evasione fiscale scoperti a seguito di indagini penali, per lo più nell’ambito di complessi procedimenti riguardanti la criminalità economica, non potevano essere perseguiti dall’Agenzia delle entrate per la semplice ragione che la legge fiscale fissava un’unico termine di decadenza, quale che fosse la condotta delle persone responsabili dell’evasione. Il termine stabilito era sempre quello del 31 dicembre del quarto anno successivo a quello di presentazione della dichiarazione (il quinto anno nel caso di omissione della dichiarazione), sia che si fosse in presenza di un’evasione colposa, magari causata da una errata interpretazione della norma, sia che l’evasione fosse stata determinata da una deliberata volontà di evadere, come nel caso dell’utilizzazione di fatture false o nel caso dell’occultamento di ricavi di rilevantissima entità. In questi casi, pertanto, quando la notizia dell’evasione giungeva all’ufficio fiscale, generalmente per il tramite della Guardia di finanza su autorizzazione del Pm (art. 63 del Dpr n. 633/1972 e art. 33 del Dpr n. 600/1973), il termine per l’accertamento amministrativo era già scaduto e l’accertamento non poteva essere emanato.

Con l’art. 37, comma 25, del decreto-legge n. 223 del 2006 fu stabilito che, in caso di violazioni che comportano l’obbligo di denuncia ai sensi dell’art. 331 del codice di procedura penale, il termine di decadenza per l’accertamento tributario fosse raddoppiato. In questo modo, ogni qual volta gli elementi probatori dei quali si acquisiva conoscenza integravano un reato tributario previsto dal d.lgs. n. 74 del 2000, cioè un reato per il quale il pubblico ufficiale ha l’obbligo di denunzia, il termine per l’accertamento fiscale raddoppiava rispetto a quello ordinario.

Non fu, dunque, prevista una “proroga” del termine ordinario, ma furono fissati dal legislatore due distinti termini di decadenza per l’accertamento amministrativo, a seconda del rilievo - solo amministrativo o anche penale - assunto dalla condotta dei responsabili dell’evasione.

Lo scopo della modifica del 2006 fu essenzialmente quello di poter sanzionare sul piano amministrativo le tante evasioni emerse, grazie ai più incisivi strumenti investigativi penali e ai più ampi termini procedimentali previsti in ambito giudiziario, in complesse indagini condotte dall’autorità giudiziaria. Evasioni che, diversamente, sarebbe stato quasi sempre impossibile accertare.

La modifica del 2006 fu ritenuta del tutto legittima e compatibile con i principi enunciati nella nostra Costituzione con la sentenza n. 247 del 2011 della Corte costituzionale, anche quando la contestazione della violazione penale fosse insorta dopo il decorso del termine ordinario di decadenza per l’accertamento amministrativo. Ciò, evidentemente, in considerazione del maggiore disvalore sociale connesso a condotte intenzionali (è bene ricordare che i reati tributari presuppongono esclusivamente il “dolo”, cioè la consapevole volontà di produrre quel determinato evento che la legge vuole impedire[1]).

La modifica del 2006, comprensibilmente, ha suscitato critiche soprattutto in coloro che ne sono stati direttamente colpiti per essere stati destinatari di accertamenti, generalmente di rilevante entità, che fino al 2006 non avrebbero potuto ricevere. E’, infatti, in quest’area degli accertamenti connessi a condotte penalmente rilevanti, come si è detto, che l’Agenzia delle entrate ha conseguito molti dei più significativi risultati nella lotta all’evasione in questi ultimi anni.

Occorre, peraltro, riconoscere che in taluni, per quanto risulta, isolati casi l’amministrazione finanziaria ha fatto una applicazione meno convincente della disposizione, quando ha esteso l’accertamento amministrativo effettuato oltre il termine quadriennale anche ad aspetti della posizione fiscale estranei ai profili penalistici. Una rigorosa interpretazione della normativa avrebbe dovuto portare a discriminare le implicazioni di rilievo penalistico da quelle di carattere meramente amministrativo, con la conseguenza che, nel caso di notizia criminis traslata da procedimento penale, l’accertamento effettuato oltre il termine del quarto anno avrebbe dovuto riguardare soltanto i rilievi direttamente connessi alle condotte penalmente rilevanti. Di converso, nel caso che la fonte di prova penalmente rilevante, riguardante una annualità suscettibile di accertamento nel termine “lungo”, fosse emersa nell’ambito di una attività di controllo su annualità amministrativamente ancora aperte (come, ad esempio, nel caso della constatazione di fatture per operazioni inesistenti relative a beni strumentali in ammortamento acquistati nell’esercizio precedente a quello in scadenza quadriennale), la rettifica avrebbe dovuto riguardare unicamente la posta contabile interessata e non avrebbe potuto estendersi ad altri aspetti della posizione fiscale, da considerare ormai definiti. Si tratta, tuttavia, di un aspetto sul quale ben potrebbe intervenire in modo chiarificatore il legislatore ordinario senza effetti traumatici e senza demolire la previsione normativa in essere.

Quanto alla effettiva configurabilità dell’ipotesi di reato tributario che costituisce il presupposto per l’applicazione del termine di accertamento più ampio e ai rischi di arbitrarietà nel comportamento dell’amministrazione, va ricordato quanto ha affermato la Corte costituzionale nella sentenza n. 247, in ordine al fatto che il raddoppio non consegue da una valutazione discrezionale e meramente soggettiva degli uffici tributari, ma opera soltanto nel caso in cui siano obiettivamente riscontrabili, da parte di un pubblico ufficiale, gli elementi richiesti dall’art. 331 c.p.p. per l’insorgenza dell’obbligo di denuncia penale. Per costante giurisprudenza della Corte di cassazione, tale obbligo sussiste quando il pubblico ufficiale sia in grado di individuare con sicurezza gli elementi del reato da denunciare (escluse le cause di estinzione o di non punibilità, che possono essere valutate solo dall’autorità giudiziaria), non essendo sufficiente il generico sospetto di una eventuale attività illecita. Va, inoltre, sottolineato che il pubblico ufficiale – allorché abbia acquisito la notitia criminis nell’esercizio od a causa delle sue funzioni – non può liberamente valutare se e quando presentare la denuncia, ma deve inoltrarla prontamente, pena la commissione del reato previsto e punito dall’art. 361 c.p. per il caso di omissione o ritardo nella denuncia. Inoltre, sempre secondo la Corte costituzionale, il giudice tributario ha l’obbligo di verificare “la sussistenza dei presupposti dell’obbligo di denuncia, compiendo al riguardo una valutazione ora per allora (cosiddetta “prognosi postuma”) circa la loro ricorrenza ed accertando, quindi, se l’amministrazione finanziaria abbia agito con imparzialità od abbia, invece, fatto un uso pretestuoso e strumentale delle disposizioni denunciate al fine di fruire ingiustificatamente di un più ampio termine di accertamento”.

In questo quadro normativo è intervenuta la legge 11 marzo 2014, n. 23, recante delega al Governo per disposizioni per un sistema fiscale più equo, trasparente e orientato alla crescita. Le pressioni di coloro che erano interessati al ridimensionamento della portata norma hanno condotto alla disposizione contenuta nel comma 2 dell’art. 8, secondo la quale “Il Governo è delegato altresì a definire, con i decreti legislativi di cui all'articolo 1, la portata applicativa della disciplina del raddoppio dei termini, prevedendo che tale raddoppio si verifichi soltanto in presenza di effettivo invio della denuncia, ai sensi dell'articolo 331 del codice di procedura penale, effettuato entro un termine correlato allo scadere del termine ordinario di decadenza, fatti comunque salvi gli effetti degli atti di controllo già notificati alla data di entrata in vigore dei decreti legislativi.”.

Lo scopo della norma di delega appare sul piano generale volto a ridurre la capacità di contrastare sul piano amministrativo l’evasione perché - a prescindere da quanto si dirà tra breve in merito al concreto significato da attribuire all’espressione “entro un termine correlato allo scadere del termine ordinario di decadenza” - è evidente come l’obiettivo del delegante sia quello di azzerare l’interpretazione della norma fornita dalla Corte costituzionale, secondo la quale il raddoppio del termine di decadenza opera ogni qual volta la condotta rilevata integri un reato tributario, indipendentemente dal momento in cui intervenga la presentazione della denunzia, prima o dopo la scadenza del termine quadriennale.

Prescindendo da ciò, la formulazione della norma di delega appare comunque sufficientemente chiara relativamente alla circostanza che il termine entro il quale si pretende che debba avvenire l’effettivo invio della denuncia perché operi il raddoppio, dovrà essere “correlato allo scadere del termine ordinario di decadenza”. Risulta, pertanto, evidente come detto termine, entro il quale la denuncia dovrà essere inviata, non deve coincidere – secondo la stessa formulazione della delega - col termine ordinario di decadenza per l’azione amministrativa (“il quarto anno successivo…”), ma dovrà essere correlato ad esso, ove l’uso del participio passato del verbo “correlare” non può che avere il significato proprio della parola, cioè di relazione esistente tra due o più termini tra loro distinti.

D’altro canto, anche sul piano dell’interpretazione logica della norma, risulta evidente che il termine entro il quale deve essere inviata la denuncia penale dovrebbe essere diverso e più ampio del termine di decadenza ordinario, per la semplice ragione che, ove i due termini fossero coincidenti, la norma sul termine più ampio in caso di violazioni penalmente rilevanti risulterebbe quasi radicalmente vanificata. Non avrebbe, infatti, alcun senso accordare un termine di decadenza doppio di quello ordinario soltanto a condizione che la denunzia penale, la quale presuppone la conoscenza dei medesimi fatti che verrebbero posti a fondamento dell’accertamento fiscale, venga inoltrata entro il termine ordinario. Se l’Agenzia dovesse necessariamente inoltrare la denuncia penale entro il quarto anno successivo per conseguire il più ampio termine di decadenza, ciò implicherebbe che entro il medesimo termine ordinario l’Agenzia sia in grado di concretizzare l’accertamento fiscale il quale, tuttavia, non può che basarsi sugli stessi elementi di prova che assumono rilievo ai fini penali. Ma allora, se questo fosse l’effettivo scopo del legislatore delegante, la previsione del raddoppio del termine amministrativo non avrebbe più alcun senso e la modifica del 2006 diverrebbe inutiliter data.

Queste considerazioni, del resto, trovano pacifico conforto nei principi generali sull’interpretazione letterale e logica fissati dall’art. 12 delle disposizioni preliminari al cod. civ. secondo il quale “Nell'applicare la legge non si può ad essa attribuire altro senso che quello fatto palese dal significato proprio delle parole secondo la connessione di esse, e dalla intenzione del legislatore”.

Se possibile ancora più inequivocabile risulta essere la previsione, pure contenuta nella norma di delega, in base alla quale devono essere “fatti comunque salvi gli effetti degli atti di controllo già notificati alla data di entrata in vigore dei decreti legislativi”. E’ evidente, infatti, come il legislatore delegante, consapevole della delicatezza che presenta un intervento in materia, anche per i riflessi di ordine finanziario, ha ritenuto di escludere qualunque effetto sull’attività di accertamento effettuata fino al momento di perfezionamento del decreto legislativo.

Alla luce del richiamato quadro normativo ha destato sconcerto in chi ha a cuore gli interessi della collettività leggere l’art. 17 dello schema di decreto esaminato dal Governo Renzi il 24 dicembre scorso, secondo il quale “Il raddoppio opera a condizione che la denuncia sia presentata o trasmessa entro la scadenza ordinaria dei termini”. Se questa dovesse essere la versione definitiva della norma, per le ragioni sopra accennate, si verrebbe sostanzialmente a svuotare di contenuto la norma introdotta nel 2006, essendo evidente che la denuncia per le condotte penalmente rilevanti si basa sui medesimi elementi probatori che l’ufficio dovrebbe porre a base dell’accertamento amministrativo (ad es. l’utilizzo di fatture false, l’ingente occultamento di ricavi, ecc.) e, pertanto, pretendere che esso debba fare la denuncia entro il termine ordinario di decadenza equivale a dire, paradossalmente, che esso entro il medesimo termine deve essere in grado di fare anche l’accertamento amministrativo. Tutto ciò in contraddizione con la stessa norma di delega che, come si è detto, prevede un termine “correlato” e non certo “coincidente”.

Ma ancora più sconcertante, per l’assoluto e diretto contrasto con la previsione della delega, è il comma 3 dell’art. 17 dello schema di decreto, secondo il quale “Sono comunque fatti salvi gli effetti degli atti di controllo divenuti definitivi alla data di entrata in vigore del presente decreto legislativo”.

Spostare gli effetti della nuova disposizione, ancorché temperati nella loro portata sostanziale rispetto alla formulazione ipotizzata dal Governo, dalla “notifica” alla intervenuta “definitività” dell’atto equivarrebbe azzerare un gran numero di accertamenti di rilevantissima entità tuttora in contestazione presso le Commissioni tributarie e la Corte di cassazione, considerato che molte indagini penali si sviluppano e si concludono oltre i troppo brevi termini stabiliti per l’accertamento amministrativo. In altre parole, se questa dovesse essere la formulazione finale della norma, si determinerebbe un condono a costo zero a favore di chi più gravemente ha violato la legge, con una pregiudizio per l’erario di decine di miliardi di euro.

Ci auguriamo che tutto ciò non avvenga e che, ove il Governo non rinunci – come pure sarebbe grandemente auspicabile – all’esercizio della delega sul punto, che una più meditata lettura della legge di delega e dei principi costituzionali che regolano il potere legislativo attribuito al Governo dal Parlamento possano portare ad una diversa, costituzionalmente corretta e logicamente sensata formulazione della norma.

A questo riguardo è importante ricordare quanto prevede l’art. 114 della Proposta di Direttiva del Consiglio dell’Unione Europea relativa a una base imponibile consolidata comune per l'imposta sulle società [COM (2011) 121 definitivo]. Secondo il paragrafo n. 5 dell’art. 114, “Nonostante il disposto del paragrafo 3, un accertamento [nella terminologia adottata in sede EU accertamento dell’imposta dovuta sta per dichiarazione] può essere rettificato entro sei anni dal termine per la presentazione della dichiarazione dei redditi consolidata qualora ciò sia giustificato da errori commessi dal contribuente deliberatamente o per grave negligenza, o entro 12 anni da tale termine qualora gli errori siano oggetto di un procedimento penale. Tale rettifica è emessa entro 12 mesi dalla scoperta dell'errore, a meno che un periodo più lungo sia obiettivamente giustificato dalla necessità di ulteriori inchieste o indagini. Rettifiche di questo tipo riguardano esclusivamente l'oggetto degli errori”.

In sostanza, sulla base del combinato disposto dei paragrafi 3 e 5 dell’articolo 114, si prevede che: a) la rettifica ordinaria della dichiarazione debba essere effettuata entro tre anni dalla presentazione della stessa; b) una eventuale ulteriore rettifica può essere effettuata entro sei anni quando è determinata da errori intenzionali o da grave negligenza o entro 12 anni dalla presentazione della dichiarazione se gli errori sono oggetto di un procedimento penale; c) sia nel caso degli errori intenzionali o derivanti da grave negligenza, che nel caso dei fatti penalmente rilevanti, la rettifica salvo giustificate esigenze istruttorie, deve essere effettuata entro 12 mesi dalla scoperta dell’errore e deve riguardare esclusivamente tali più gravi fattispecie.

Crediamo che il criterio proposto dalla Commissione per la direttiva sulla base imponibile consolidata dovrebbe essere il modello verso il quale tendere per differenziare il potere di controllo tributario in ragione dei diversi comportamento riscontrabili nella realtà, se si vogliono realmente contemperare in modo equilibrato e responsabile le esigenze delle imprese con quelle delle comunità.

 

[1] In base all’art. 43 del codice penale "Il delitto è doloso o secondo l'intenzione, quando l'evento dannoso o pericoloso, che è il risultato dell'azione od omissione e da cui la legge fa dipendere l'esistenza del delitto, è dall'agente preveduto e voluto come conseguenza della propria azione od omissione".

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