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Continua a crescere il numero di Paesi che ricorrono alla leva fiscale per contrastare obesità e cattiva alimentazione. Il 6 aprile scorso la Gran Bretagna ha visto l’entrata in vigore della Soft Drinks Industry Levy, la tassa “British” sulle bevande ad alto contenuto di zucchero, mentre il 1° maggio è stata la volta dell’Irlanda, con la Sugar Sweetened Drinks Tax. I due Paesi si aggiungono al ricco novero di Stati (tra cui Messico, Norvegia, Stati Uniti, Sudafrica) che hanno scelto di combattere la battaglia alle patologie legate alla cattive abitudini alimentari adottando una SSB tax (sugar-sweetened beverage tax), una tassa ad hoc che colpisce le bevande ad alto contenuto di zuccheri. Quella dell’obesità e in generale dell’eccesso di peso tra la popolazione rappresenta, in alcune realtà, una vera piaga sociale, che colpisce soprattutto i più giovani: solo in Inghilterra, un terzo dei bambini è obeso o sovrappeso al momento del passaggio dalla primary alla secondary school, quindi a 11 anni, mentre in Irlanda ha lo stesso problema un quarto dei bambini.

Le sugar tax di Londra e Dublino
Le ultime due nate, le imposte britannica e irlandese, hanno un funzionamento similare. In Gran Bretagna la Soft Drinks Industry Levy è dovuta per tutte le bibite analcoliche o poco alcoliche, pronte da bere o solubili, che contengano zuccheri aggiunti oltre una certa soglia. Devono versare l’imposta coloro che possiedono il marchio, producono o confezionano bevande che presentano le caratteristiche previste dalla tassa. Costoro devono iscriversi a un apposito registro tenuto dall’Hmrc (il Fisco britannico). In particolare, la tassa sarà di 18 pence al litro (20 centesimi di euro) dai 5 agli 8 grammi di zuccheri per 100 ml, mentre per i drink che contengono più di 8 grammi di zucchero per 100 ml la tassa sarà di 24 pence (27 centesimi di euro) al litro. Il meccanismo della Sugar Sweetened Drinks Tax di Dublino, approvata con la legge finanziaria 2017, è analogo, seppur con alcune differenze, ad esempio sugli importi dovuti, pari a 0,20 euro al litro da 5 a 8 grammi di zucchero su 100 ml a 0,30 euro dagli 8 in su. La tassa è entrata in vigore il 1 maggio, dopo aver ottenuto l’ok sulla sua compatibilità con le norme Eu sugli aiuti di Stato da parte della Commissione europea.

Una tassa pensata per essere evitata
È difficile stabilire a priori se il maggior costo di produzione si ribalterà totalmente su un aumento dei prezzi al dettaglio ed eventualmente se bibite più costose cambieranno effettivamente le abitudini di consumo. D’altro canto, a detta dei promotori, il vero successo della sugar tax non si misura dal lato della domanda, quanto nella sua capacità di spingere i produttori a ridurre il contenuto di zuccheri nelle ricette delle proprie bibite per sottrarsi all’obbligo impositivo. Nel caso britannico l’obiettivo è già stato raggiunto: secondo i dati delle autorità britanniche, infatti, dal giorno dell’annuncio alla stampa della “sugar tax” nel marzo 2016, più della metà dei produttori ha ridotto il carico calorico delle proprie ricette, facendo scomparire dalle bibite, e quindi dalla dieta dei consumatori, all’incirca 45 milioni di chilogrammi di zucchero all’anno. All’entrata in vigore della Soft Drinks Industry Levy, il governo britannico è stato ben felice di rivedere al ribasso le iniziali stime di gettito, che dagli iniziali 520 milioni di sterline sono state più che dimezzate ai 240 milioni attuali. Il gettito raccolto sarà inoltre investito nel programma nazionale a favore dello sport giovanile e in fondi di finanziamento per le attrezzature sportive nelle scuole. Nel caso irlandese, si prevede una raccolta di 40 milioni di euro l’anno, ma anche in questo caso le autorità sperano di ridurre la previsione.

In tutto il mondo i disturbi del peso sono un fatto fiscale
Secondo i dati dell’Organizzazione mondiale della sanità, l’obesità è quasi triplicata dal 1975, arrivando, nel 2016, a contare una popolazione mondiale sovrappeso di oltre 1,9 miliardi di adulti dei quali 650 milioni obesi. Numeri impressionanti che non risparmiano i bambini: sempre nel 2016, oltre 340 milioni di bambini e ragazzi di età compresa tra 5 e 19 anni era sovrappeso, una percentuale che dal 4% è passata al 18%. Persino la fascia di età più giovane, che comprende la popolazione sotto i 5 anni, conta 41 milioni di vittime dell’eccesso di peso. Le ragioni di una tale emergenza sono dovute a uno stile di vita sempre più sedentario, ma anche a un’alimentazione sbagliata, troppo ricca di zuccheri e grassi.
Tra le misure di contrasto, l’Oms incoraggia i governi a introdurre forme di tassazione che sfavoriscano il consumo di alimenti ad alto contenuto calorico, tra cui bibite e in generale bevande con zuccheri aggiunti eccessivi. Una strada che ad oggi è stata intrapresa da moltissimi Paesi. Uno dei primi è stato il Messico, che nel 2014 ha introdotto una sugar tax di un peso al litro sulle bibite zuccherate. Uno studio pubblicato nel giugno 2017 dall’Università di Oxford ha concluso che per effetto della tassa nel 2014 il consumo di sugar-sweetened drinks è diminuito di circa il 6,3% a favore degli acquisti di semplice acqua, anche se le organizzazioni di produttori sostengono che sul lungo periodo le vendite siano tornate a salire. Altri studi in altre realtà hanno dato esiti più o meno simili. In ogni caso, dal Sudafrica alla Norvegia, dalla Tailandia agli Emirati Arabi Uniti passando per diverse città degli Stati Uniti (dove non c’è una norma federale, ma dove singole città hanno adottato un’imposizione ad hoc, per esempio a Berkeley, Philadelphia, Seattle) l’unico dato certo è che la Sugar tax sia arrivata ormai a toccare quasi tutti i continenti. E in Australia e in Nuova Zelanda il dibattito sulla sua introduzione è già aperto.

Anna D'Angelo

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