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Cassazione, in dichiarazione congiunta possibile compensare debito Irpef con credito coniuge incapiente?

Nella dichiarazione congiunta è possibile compensare il debito Irpef con il credito del coniuge non a carico anche quando tale credito risulta inutilizzabile dal coniuge in quanto incapiente. Lo ha stabilito una opinabile sentenza della Cassazione depositata il 29 aprile scorso che ha ribaltato la decisione della Commissione tributaria regionale Si tratta di una pronuncia di non poco conto se si pensa agli effetti che potrà avere se il principio dovesse essere confermato e accettato dall'Agenzia delle Entrate. In ballo c'è una parte dell'ammontare di deduzioni e detrazioni non godute per incapienza stimato in circa 10 miliardi.

Negli ultimi anni, anche a causa della crisi economica che ha determinato un impoverimento generale, il problema di quanti non riescono in tutto o in parte ad usufruire delle detrazioni/deduzioni spettanti per incapienza ha assunto dimensioni via via crescenti.Tra questi soggetti c’è un particolare sottogruppo, formato dai coniugi non a carico che non posseggono redditi elevati, in genere pensioni e/o immobili. Questi in particolare lamentano il fatto di non potere detrarre/dedurre oneri, ad esempio le spese mediche, dall’imposta dovuta dal marito dichiarando congiuntamente.
E proprio in soccorso dei coniugi non a carico con spese detraibili o deducibili non utilizzabili per mancanza d'imposta da azzerare arriva la Cassazione che con la sentenza del 12 giugno 2015 (depositata il 29 aprile 2016) che ribalta di fatto una interpretazione consolidata che finora escludeva tale possibilità di compensazione.

La sentenza al punto 3 dei “motivi della decisione” afferma: “Dal sistema esposto, si evince che la unificazione delle posizioni dei coniugi si verifica esclusivamente sul piano della imposizione fiscale complessiva, ed unicamente con riferimento alle componenti che consentono la riduzione della stessa, come detrazioni, ritenute, crediti d’imposta, che, originariamente propri di ciascun coniuge, vengono in tal modo applicate non già alle singole posizioni, ma sull’ammontare complessivo delle imposte calcolate sui redditi dei dichiaranti. Ha pertanto errato la Ctr (Commissione Tributaria) nel ritenere illegittima la compensazione tra il debito Irpef e il credito Irpef del coniuge”.

Per quanto riguarda le ritenute e i crediti la sentenza è in linea con i principi generali della nostra Irpef in quanto imposta individuale. Poiché, nel caso di ritenute e crediti,si tratta di importi vantati nei confronti dell’erario da uno o dall’altro dei coniugi e come tali possono essere messi in comune nell’ambito del dare/avere della coppia. Quello che mette in crisi l’impianto normativo dell’Irpef è l’aver inserito insieme alle ritenute e i crediti anche le detrazioni. Come imposta personale l’Irpef si determina sui redditi dell’individuo, al netto delle deduzioni. L’imposta si calcola sulla base degli scaglioni di reddito applicando le aliquote previste, e da questa si scomputano le detrazioni d’imposta, anch’esse personali, in quanto legate strettamente alla condizione dell’individuo (tipo di lavoro, soggetti a suo carico fiscale, spese da lui sostenute). Le detrazioni così come sono definite nella legge azzerano l’imposta e non originano, pertanto credito.

Di certo la sentenza apre uno scenario interpretativo completamente nuovo nelle modalità di fare la dichiarazione Irpef congiunta. In prima battuta quello che non si capisce è perché insieme alle detrazioni, alle ritenute e ai crediti non sono state considerate anche le deduzioni dall’imponibile che hanno natura analoga alle detrazioni tanto che originariamente gran parte degli attuali oneri detraibili erano oneri deducibili. Nei fatti la sentenza rischia di generare ulteriore confusione su un'imposta la cui complessità normativa non ha ormai più limiti. E potrebbe creare disorientamento e false aspettative tra i contribuenti, soprattutto tra quelli più deboli. Forse sarebbe stato più opportuno nella sentenza dare maggiori spiegazioni del perché sono state inserite anche le detrazioni nel cumulo delle imposte dovute dai coniugi. Letta così a qualcuno potrebbe venire il sospetto che sia una svista dei giudici.

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Premio Lef, il 6 luglio la consegna con Morando Resta Bises e Romano

All'evento interverranno il vice ministro dell’Economia Enrico Morando, il consigliere della Corte dei Conti Massimo Romano, il docente di Scienza delle finanze Bruno Bises ed Eligio Resta, professore emerito di Filosofia del diritto. La premiazione si terrà presso la sala dell'Istituto di Santa Maria in Aquiro del Senato in piazza Capranica, 72 a partire dalla 10,30. (Scarica la locandina e il programma).

Premio Lef all’atto finale. Si terrà il 6 luglio prossimo, la premiazione delle migliori tesi in materia tributaria e focalizzate in particolare sui temi della legalità e dell’equità fiscale.

La consegna dei premi sarà l'occasione per un dibattito al quale parteciperanno esperti di Fisco provenienti dal mondo delle università e dell’amministrazione. A cominciare dal professore ordinario di Scienza delle finanze di Roma Tre, Bruno Bises, che affronterà il tema della composizione del sistema tributario in relazione alla crescita e alla redistribuzione. Poi Massimo Romano, consigliere della Corte dei Conti, spiegherà come la tecnologia possa aiutare a prevenire l’evasione. Il vice ministro dell’Economia, Enrico Morando, parlerà invece di equità ed efficienza del prelievo, seguito da Eligio Resta, professore emerito di Filosofia del diritto, che terrà una lectio magistralis su “Legalità e bene pubblico”.

L’iniziativa si concluderà con la consegna dei premi Lef 2014-2015: tre borse di studio  da 2mila euro lorde ciascuna che andranno ai migliori elaborati in materia fiscale.

Chi è interessato e vuole partecipare è pregato di inviare una mail di conferma all’indirizzo di posta elettronica Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.. (Scarica la locandina e il programma)

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Il creditore pubblico tra limiti del sistema e crisi economica

Fisco Equo pubblica una sintesi dell’intervento di Massimo Romano* nel corso del convegno “Debitore forte & debitore debole” che si è svolto a Rimini lo scorso 6 maggio.(Qui la versione integrale).

La crisi economica ha evidenziato, e in alcuni casi messo a nudo, molti dei limiti strutturali che caratterizzano la nostra finanza pubblica. Da un lato le difficoltà nel contenere il debito pubblico, che anzi non accenna a diminuire. Dall’altro l’incapacità di far fronte a situazioni di grave iniquità, come testimoniano i dati sulla pressione fiscale, che peraltro è quasi integralmente sulle spalle di lavoratori dipendenti e pensionati. In questo contesto si inserisce il problema ulteriore del credito pubblico e dell’evasione fiscale. Un problema che sta assumendo contorni sempre più preoccupanti, e che vede lo Stato e le amministrazioni pubbliche non in grado di riscuotere i crediti già accertati ed esigibili. Quello che sta emergendo con sempre più forza, in altre parole, è il ruolo dello Stato come creditore debole.

Entrate sì, ma sulla carta. Per comprendere la portata del problema è necessario qualche dato. Nel 2014 le entrate contabilizzate dalle Pa ammontavano a 772,2 miliardi. Nel 2015 le entrate tributarie erariali di competenza sono state pari a 436,3 mld di euro, mentre quelle degli enti territoriali pari a più di 66 mld. Se a ciò si aggiungono le entrate extratributarie, si ha la dimensione di quanto il bottino sia considerevole. Ma tutto ciò che è accertato deve essere poi riscosso, ed è qui che iniziano i problemi. I numeri di Equitalia, in questo senso, sono emblematici: per gli affidamenti più remoti (dal 2000 al 2003), al 2015 la percentuale di riscossione supera di poco il 20%, e se si guarda al periodo più recente la situazione è ancora più desolante. Basti pensare che nel 2010, su un carico netto affidato di 68,2 mld, risulta un riscosso di poco superiore all’11%. E si tratta solo della punta dell’iceberg. Dal rendiconto 2014 della Corte dei Conti emerge come l’Irpef, Ires e Iva dichiarate e non versate dai contribuenti siano passate da 8 miliardi nel 2008 a 10,6 mld nel 2011, ma soprattutto che su 31,2 miliardi di sanzioni non tributarie accertate nel 2014 siano stati riscossi solo 2,8 mld.

Cause e soluzioni. Insomma, così il sistema di riscossione non funziona. Ciò è dovuto, tra gli altri, al meccanismo “scritture contabili/dichiarazione/versamento spontaneo” che non consente una emersione puntuale delle basi imponibili e quindi un adeguato contenimento dell’evasione, al contrario del meccanismo della ritenuta d’acconto utilizzato da lavoratori dipendenti e pensionati. Per ridurre l’evasione, sostanziale e di riscossione, si può agire su due fronti. In primis adottando, su base obbligatoria, la fatturazione elettronica, integrandola poi con l’obbligo, per le operazioni tra soggetti Iva, del pagamento tracciato con ritenuta d’acconto a cura della banca intermediaria.

Discorso più approfondito merita il capitolo relativo alla tutela del credito tributario. I diversi strumenti –si pensi alle proroghe di rateazione- messi a disposizione delle imprese al fine di evitare il fallimento sono stati utilizzati in alcuni casi a scopo dilatorio, in altri hanno portato a insolvenze definitive. A ciò si aggiunge un elemento di iniquità nel sistema di riscossione “coattiva”, che di fatto non tiene conto della situazione patrimoniale del debitore e finisce con il colpire essenzialmente chi ha un reddito visibile. A corollario, va poi sottolineato come anche sul piano legislativo il credito pubblico si trovi in una posizione deteriore rispetto al credito privato. Per i debiti fino a mille euro, l’agente di riscossione non può avviare azioni di recupero prima di 120 giorni dall’invio del sollecito; l’iscrizione ipotecaria non è consentita per i debiti inferiori a 20mila euro, e se superiore deve essere preceduta da una comunicazione “preventiva” in cui si invita al pagamento entro 30 giorni; l’espropriazione immobiliare è vietata se l’immobile è ad uso abitativo, ha un valore inferiore a 120mila euro o non sono trascorsi almeno sei mesi dall’iscrizione ipotecaria; le somme dovute a titolo di stipendio o indennità possono essere pignorate in misura pari a un decimo (per importi fino a 2500 euro) o un settimo (se di importo compreso tra 2500 e 5mila euro). Appare chiaro quindi che un sistema di riscossione efficiente non possa prescindere da una normativa in grado di tutelare il credito pubblico tanto e anche più del credito privato. 

* L'autore è stato direttore del Dipartimento delle entrate dal 1996 al 2000 e direttore dell'Agenzia delle entrate nel  2001 e dalla fine del 2006 al maggio 2008. Attualmente è consigliere della Corte dei conti. (Qui la versione integrale).

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Destina il 5 per mille a LEF

Le ricordiamo che anche quest’anno è possibile destinare a Lef– Associazione per la legalità e l’equità fiscale- la quota del 5 per mille dell’Irpef. Per farlo basta apporre la firma sull’apposita scheda della dichiarazione dei redditi, nello spazio destinato al sostegno del volontariato, scrivendo il codice fiscale di Lef: 97597420583.

I fondi raccolti saranno utilizzati esclusivamente per finanziare le borse di studio del premio Lef e promuovere attività studi, analisi e convegni sulla legalità fiscale.

Lef è un’associazione culturale che nasce con l’obiettivo di promuovere l’equità fiscale, non ha scopi di lucro e si autofinanzia con le quote dei soci e i contributi volontari di Enti, Associazioni e singoli cittadini. Tutte le attività e le prestazioni svolte dagli associati, sia a titolo di incarico previsto dalle norme statutarie, sia come apporto personale in relazione alle diverse esigenze e necessità dell’associazione sono a titolo gratuito. Se condividi il nostro impegno per un fisco più equo e non hai tempo per un tuo impegno diretto la scelta di destinare a Lef il 5 per mille è un modo concreto per aiutare l'associazione.

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Dichiarazione precompilata, per chi si rivolge agli intermediari tariffa sale fino a 100 euro

di Lelio Violetti

La dichiarazione precompilata, che nelle intenzioni dell'Agenzia delle Entrate dovrebbe semplificare la vita ai contribuenti, rischia di trasformarsi in un aggravio di spesa per i contribuenti più deboli che continueranno a rivolgersi agli intermediari. Agli aumenti delle tariffe registrati lo scorso anno sembra destinato ad aggiungersi un nuovo generalizzato incremento. L'esborso per una dichiarazione, nei casi più complessi, arriva fino a 100 euro. Una spesa, quella dei contribuenti, che si aggiunge al compenso erogato agli intermediari dallo Stato per ogni dichiarazione compilata e trasmessa all'amministrazione finanziaria. A spingere una parte consistente dei contribuenti dipendenti e pensionati a rivolgersi all'intermediazione è la complessità del sistema dichiarativo del nostro Paese. Perciò sarebbe necessario accompagnare la positiva rivoluzione della precompilata con una significativa semplificazione dell'Irpef in grado di spingere un numero sempre maggiore di contribuenti ad accedere direttamente al sito dell'Agenzia e ad utilizzare l'applicazione informatica da questa resa disponibile compilando e inviando la dichiarazione senza ricorre all'intermediazione.

Insomma per fare in modo che il cambiamento epocale della precompilata, che restituisce all’amministrazione finanziaria un ruolo proattivo nella fase dell’adeguamento spontaneo e capovolge, dopo ben quarantatre anni, uno schema che non prevedeva contatti diretti con il contribuente nel momento dichiarativo, diventi anche un alleggerimento dei costi e una semplificazione fruibile dalla maggioranza dei contribuenti occorre da un lato semplificare l'Irpef e dall'altro migliorare l'applicazione informatica.

Diversamente anche i contribuenti con una situazione reddituale semplice, come lo sono in genere i lavoratori dipendenti e i pensionati, preferiranno l’aiuto dell’intermediazione al “fai da te” offerto sul sito dell’Agenzia delle entrate. Infatti la nostra legislazione alla base dell’IRPEF non facilita, anzi decisamente scoraggia, l’instaurarsi di un rapporto diretto. Sono presenti nella nostra IRPEF diversi tipi di agevolazioni, concesse a pioggia, tra detrazioni, deduzioni e crediti; esistono detrazioni decrescenti al crescere del reddito e ben 7 tipologie di oneri detraibili (19%, 26%, 36%, 41%, 50%, 55% e 65%). E questa complessità anziché diminuire aumenta ogni anno. Inoltre recentemente con il credito d’imposta di 80 € mensili concesso ai dipendenti, si è ampliato l’utilizzo di questo tipo di agevolazione che da diritto al contribuente, nel caso di non capienza con l’imposta dovuta, ad una restituzione dell’importo non detratto o sotto forma di compensazione o di riporto all’anno successivo o di richiesta di rimborso (imposta negativa). Districarsi in questo groviglio da soli non è affatto facile sopratutto per il contribuente più comune, il lavoratore dipendente e pensionato. Le elevate, anzi elevatissime se si considerano anche le addizionali, aliquote applicate per la determinazione dell’imposta, a loro volta, hanno originato “una specie di si salvi chi può” in quanto per sfuggire all’ingente tassazione, ogni tipologia di contribuente e di reddito e ogni settore economico di attività hanno richiesto ed ottenuto dal parlamento e dal governo ogni sorta di agevolazione, trasformando e snaturando completamente la semplicità dei calcoli necessari per quantificare l’imposta.

Le istruzioni per la compilazione del modello 730 del 2016, relative all’anno d’imposta 2015, sono di ben 102 pagine e di certo questo non facilita la comprensione di ciò a cui il contribuente ha diritto, né la certezza della spettanza di eventuali agevolazioni così come la sicurezza della validità della documentazione che certifica questo. In tale contesto fino all’anno d’imposta 2013, anno precedente l’introduzione del 730 precompilato, i compensi che i CAF e gli intermediari abilitati, ricevevano dallo Stato per le loro attività di supplenza dell’amministrazione finanziaria nella compilazione della dichiarazione modello 730, derivavano da:  acquisizione dei dati su supporto magnetico sulla base di quanto indicato dal contribuente sul modello cartaceo;  controllo della documentazione comprovante i benefici fiscali reclamati dal contribuente;  elaborazione dei dati contabili fino alla determinazione del risultato a debito/credito;  trasmissione di questo risultato al sostituto d’imposta per il conguaglio;  invio telematico dei dati della dichiarazione all’Agenzia delle entrate. Tutte le attività, eseguite in aggiunta a queste, erano “consulenza fiscale” che l’intermediario giustamente si faceva pagare a parte dal contribuente. Di tutte queste funzioni, a suo tempo delegate dallo stato, con l’avvio del 730 precompilato, concretamente è rimasta solo il controllo di validità della documentazione che a sua volta è stata ampliata in quanto l’intermediario è ora responsabile non solo della conformità di questa alla normativa vigente, ma anche della sua validità e l’amministrazione, in caso di non validità, si rivarrà nei suoi confronti. Infatti tutte le altre funzioni o sono svolte direttamente dall’Agenzia (trasmissione del risultato contabile al sostituto d’imposta) o esiste un’applicazione informatica, resa disponibile dall’Agenzia, che potenzialmente potrebbe essere utilizzata anche dagli intermediari.

A questo proposito si rileva che l’applicazione informatica dell’Agenzia, destinata a chi dichiara in prima persona, coesiste con quelle di mercato e non si capisce il perché l’intermediario, per sua autonoma scelta, non possa anche lui utilizzarla. Una scelta di questo comporterebbe una semplificazione della gestione operativa dell’intermediario in quanto, utilizzando l’applicazione e gli archivi dell’Agenzia, terrebbe memoria nel proprio sistema informativo solo dei risultati del suo operare (utenti, dichiarazioni e risultati). C’è anche da tener conto del fatto che l’applicazione dell’Agenzia è certificata all’origine. Il semplice trasferimento della responsabilità della documentazione, comprovante le agevolazioni, dal contribuente all’intermediario ha messo in moto un aumento indiscriminato delle parcelle richieste ai contribuenti per l’assistenza e la consulenza nella compilazione della loro dichiarazione. Di sicuro il rischio per gli intermediari è aumentato e sono conseguentemente aumentati i costi per le coperture assicurative. Ma il tutto è giustificato, anche in considerazione del fatto che lo Stato con i compensi, erogati agli intermediari, contribuisce al costo del servizio? Da una stima illustrata nel documento la “Dichiarazione precompilata” redatto dall’Ufficio Studi della nostra associazione (consultabile sul sito www.fiscoequo.it) risulta che il numero di documenti (per documento s’intende l’insieme delle ricevute che giustificano la richiesta complessiva d’una agevolazione) i cui dati non saranno precompilati dall’Agenzia e che dovranno essere comprovati dal contribuente o verificati da chi presta l’assistenza fiscale saranno quest’anno circa 8,1 milioni pari al 16% dei circa 50 milioni di documenti totali. Nell’ipotesi che nel 2016 il numero dei soggetti, che compileranno direttamente la dichiarazione, servendosi dell’applicazione informatica dell’Agenzia delle entrate, arrivi a 5 milioni, circa 14 milioni si rivolgeranno agli intermediari, CAF e autorizzati, per una spesa, considerando i compensi previsti, a carico dell’erario, di circa 225 milioni di €. Questo significa che gli intermediari riceveranno un compenso di circa 20-25 € per ogni documento di cui si assumeranno la responsabilità in quanto non certificato da un soggetto terzo che ha trasmesso i relativi dati all’Agenzia. È indubbio che nel periodo di andata a regime dell’applicazione informatica della dichiarazione precompilata, resa disponibile dall’Agenzia, i compensi erogati agli intermediari dallo stato debbano andare a coprire, oltre al controllo sostanziale della documentazione, anche gli investimenti già fatti e non ammortizzati, in particolare per le applicazioni informatiche installate nei loro sistemi informativi.

È anche indubbio che gli intermediari con la loro attività hanno svolto un ruolo sociale importantissimo in quanto la nostra legislazione alla base dell’IRPEF ha reso sempre più arduo, anche al contribuente più comune, di rapportarsi da solo con il fisco. Tutto ciò premesso, la crescita incontrollata delle tariffe non trova nei dati, precedentemente esposti, alcuna giustificazione e dovrebbe far riflettere il legislatore sulla necessità di semplificare al più presto le regole alla base del calcolo dell’IRPEF. È questo ormai un obiettivo indifferibile altrimenti si rischia di dare sempre più spazio a rendite di posizione che non solo non hanno alcuna giustificazione ma costituiscono un danno proprio per i soggetti fiscalmente più deboli come lo sono la gran parte dei lavoratori dipendenti e dei pensionati che presentano la dichiarazione dei redditi.

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Agenzie fiscali tra autonomia e obiettivi chiari: oltre il modello burocratico

Definizione di ruoli e obiettivi col ministero, dialogo coi cittadini e autonomia organizzativa: questi i fattori chiave per il buon funzionamento delle agenzie fiscali. A dirlo è Kate Jenkins, massima esperta di modelli agenziali.

Di Radar

Chi cerca un vero esperto di organizzazione delle pubbliche amministrazioni, con un’esperienza sul campo nei processi di riforma e con una specializzazione sul modello delle agenzie, può rivolgersi a Kate Jenkins. Negli anni ‘80 la professoressa inglese ha seguito in prima linea, come responsabile dell’unità organizzativa di monitoraggio, la famosa riforma della pubblica amministrazione britannica, il programma avviato con il report “Improving management in Government: next steps” che ha radicalmente modificato le basi del public management, non solo in Inghilterra, istituzionalizzato il modello delle agenzie, ribaltato l’idea di una monolitica organizzazione ministeriale e dato a quel Paese un’amministrazione pubblica più moderna ed efficace. 

Oggi Kate Jenkins ricopre ancora importanti incarichi nell’Amministrazione inglese e presso centri di ricerca universitari (Visiting Professor nel Government Department della London School of Economics) e, cosa più importante, non ha perso il vizio di studiare e scrivere sul miglioramento della P.A. Anzi, forte della sua esperienza, di recente ha redatto con Jennifer Gold, giovane dottorando dell’Institute for Government, un paper di grande valore proprio sull’evoluzione del modello delle agenzie operative: Unfinished business: where next for Executive Agencies?*.

Si tratta di un contributo determinante per comprendere i motivi originari dell’introduzione stabile del modello per agenzie nell’organizzazione inglese, per esaminare luci e ombre di quella riforma dopo venticinque anni, per tracciare le linee di evoluzione e completare il disegno iniziale.

L’esperienza della Jenkins fornisce al documento un valore aggiunto esportabile anche nell’esperienza italiana delle agenzie fiscali, dove sono state riprodotte, purtroppo in modo parziale e nel solo ambito dell’amministrazione finanziaria, le logiche della gestione mediante autonomous bodies.

Unfinished business ricorda che le agenzie sono state introdotte nell’ordinamento inglese per rinforzare la capacità di dare applicazione alle politiche pubbliche, superare le logiche burocratiche e rafforzare le capacità manageriali di chi ha ruoli operativi e di gestione. Hanno reso possibile un riequilibrio verso le tematiche dell’efficienza dei servizi e dell’attenzione ai bisogni dell’utente, a discapito dell’approccio burocratico del mero rispetto delle procedure. Non hanno rappresentato, come qualcuno sosteneva, la fine del pubblico impiego; hanno invece dato vigore a una nuova classe di manager pubblici volenterosi di realizzare progetti concreti, in linea con le innovazioni tecnologiche e dei servizi.

Impressiona il racconto di Jenkins che, bloccata in ascensore alla fine degli anni Novanta, viene accusata da un dirigente di distruggere il public service inglese. Sono le stesse frasi che la parte più reazionaria della burocrazia italiana continua a rivolgere a chi ha introdotto il modello per agenzie e provato a innovare i tradizionali modelli organizzativi.  

Separazione del livello politico-normativo da quello operativo-applicativo, compiti chiari e obiettivi ben definiti stanno alla base del funzionamento delle agenzie. Organizzazioni disegnate e gestite sulla base della specifica area da presidiare e degli scopi da raggiungere, non un indefinito agglomerato di attività ammnistrative disegnato sulla base di mere esigenze di cassa o di miope convenienza politica. 

Un fattore, quello della focalizzazione delle strutture sugli obiettivi, che il paper non sottovaluta quando registra una generale tendenza ad accorpare agenzie nell’ottica di breve periodo del risparmio e del contenimento dei costi indiretti. Una tendenza che ha riguardato anche le agenzie fiscali italiane e reso meno definiti, rispetto al disegno iniziale, compiti, missioni e obiettivi.

Veniamo ai tre punti di attenzione che Jenkins evidenzia nel suo lavoro di analisi e di evoluzione delle agenzie operative.

Relazione tra agenzie e struttura ministeriale di riferimento. Una chiara distinzione dei ruoli e delle responsabilità è fondamentale. Al Ministro la responsabilità delle scelte politiche, alle agenzie la responsabilità (accountability) delle scelte operative. Comune volontà di realizzare obiettivi concreti; capacità di remare tutti nella stessa direzione. “La teoria che management e politica devono restare separate è dannosa e ingannevole. Apparati ministeriali e ministri non devono essere troppo coinvolti nella gestione quotidiana delle agenzie, riducendo nei fatti l’esercizio delle funzioni operative delegate alle agenzie. Al contrario, dove le decisioni di alto livello sono demandate alle agenzie, il rischio è che le stesse restino isolate dalle strutture ministeriali”.

Relazione tra agenzie e cittadini-utenti. Una corretta relazione con le strutture ministeriali deve consentire alle agenzie di concentrarsi sulle esigenze dei cittadini, i veri protagonisti della scena. Senza una costante consapevolezza della centralità degli utenti prende il sopravvento la burocrazia e le procedure interne. Troppo spesso le agenzie sembrano più attente a soddisfare meri aspetti formali che riguardano la relazione con l’autorità politica che le reali esigenze dei cittadini a cui erogano servizi.

Relazione con il governo e con le strutture della funzione pubblica. Su questo punto il paper è chiaro. Il governo deve supportare le agenzie non dirigerle o governarle direttamente.

I suggerimenti e i punti critici posti in evidenza dal Kate Jenkins per l’evoluzione delle agenzie inglesi risultano di straordinaria attualità oggi anche per l’evoluzione delle agenzie fiscali italiane. Perché il modello funzioni serve un corretto equilibrio di poteri, deleghe e responsabilità e strutture ministeriali organizzate per assicurare una buona relazione tra strategia e gestione dei processi di implementazione. Si potrebbe proprio partire da queste considerazioni per aprire un confronto vero sull’evoluzione del modello, sul suo naturale sviluppo sulla base delle migliori esperienze internazionali. Basta volerlo provando ad alzare lo sguardo.

 

*Il documento è disponibile sul sito internet dell’Institute for Government: 

www.instituteforgovernment.org.uk/sites/default/files/publications/Unfinished%20Business.pdf

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Delega fiscale tra luci e ombre, ma le riforme strutturali sono un’altra cosa

Fisco Equo pubblica l’intervento di Luigi Mazzillo*, pronunciato in occasione del Convegno su “Decreti di riforma fiscale e statuto del contribuente: linee ed obbiettivi”,  tenutosi a Roma presso il Tar del Lazio lo scorso 2 marzo. (Vai al documento integrale).

Riforma organica della tassazione non doveva essere, e riforma organica non è stata. I decreti attuativi della delega fiscale vanno presi per quello che sono: una manutenzione straordinaria. Con elementi positivi, e i passi avanti verso un fisco più semplice, certo e moderno sono tra questi; e altri invece negativi, come l’indebolimento dell’effetto di deterrenza nella lotta all’evasione e l’ennesimo smacco ai diritti del contribuente. Ma soprattutto con tante questioni che l’incompleta attuazione della delega ha lasciato irrisolte: dal riordino delle agenzie fiscali alla razionalizzazione dell’Iva, fino alla revisione dell’Irap e la riforma del catasto. Tutta una serie di punti interrogativi che confermano ancora una volta la necessità e l’urgenza di proporre e portare a termine una riforma strutturale del sistema fiscale.

La delega incompiuta. Benché non nascesse come riforma organica del sistema fiscale, la delega avrebbe dovuto investire quasi tutto l’ordinamento tributario: dalla tassazione del reddito d’impresa all’Irap, dal contrasto all’evasione all’abuso del diritto, passando per accertamento, contenzioso, semplificazioni delle procedure, catasto e giochi. Eppure, dei 43 obiettivi della riforma ne sono stati raggiunti non più del 50 per cento. Col risultato che molte questioni sono rimaste irrisolte – revisione di Iva, Irap, riforma del catasto e del sistema di riscossione degli enti locali- e altre sono ancora aperte, per via di interventi troppo morbidi.

Il riordino “minimal”. Il riferimento è al riordino delle agenzie fiscali, che in buona sostanza si è limitato al riequilibrio del rapporto fra personale dirigenziale e non. L’impressione è che con l’Amministrazione finanziaria si stia forse perdendo il senso dell’orientamento strategico, con il rischio di comprometterne il ruolo che si era andato positivamente definendo a partire dai primi anni ’90.  Il legislatore delegato del 1999 aveva chiaramente riconosciuto la natura specialistica delle Agenzie fiscali e ne aveva sancito la conseguente autonomia organizzativa,  da esercitarsi attraverso un proprio regolamento di organizzazione. L’obiettivo, insomma, era quello di superare il modello burocratico a favore di un assetto manageriale che avesse il suo perno in una progressione di carriera basata sui risultati. La scelta di bandire un concorso aperto a tutti va nella direzione contraria, data la delicatezza e la rilevanza delle mansioni svolte (si pensi al ruling o alle verifiche sui soggetti internazionali). Sono ruoli che non possono essere affidati al primo venuto: nelle selezioni per ruoli apicali non può non entrare anche la valutazione curriculare.

Banche dati e tracciabilità. Luci e ombre su questo fronte. A cominciare dall’adozione della fatturazione elettronica tra privati, che di per sé potrà sortire effetti limitati in termini di riduzione dell’evasione Iva. La e-fattura, infatti, può essere uno strumento utilissimo solo se l’Amministrazione finanziaria è messa in condizione di acquisire - tempestivamente, compiutamente ed in modo organizzato - i dati in esse contenuti, come fatto con successo in Portogallo. Più tracciabilità e maggiore incrocio di banche dati non possono che essere obiettivi condivisibili, e i risultati che sta ottenendo il nuovo Isee non fa che confermarne l’importanza. Per questo appare contraddittoria la scelta di alzare il tetto al contante e l’abolizione del divieto di pagare cash i canoni degli affitti, che oltre a favorire evasione e riciclaggio hanno un costo economico diretto che è stato calcolato per l’Italia nell’ordine di 8 miliardi annui – lo 0,52 per cento del Pil, contro una media Ue dello 0,40. Assolutamente positive le disposizioni del dlgs 160/2015 che intervengono sul monitoraggio e sulla revisione delle agevolazioni fiscali e sulla rilevazione dell’evasione fiscale e contributiva.

 

La “troppa” semplificazione. Si è detto che uno degli aspetti positivi della delega fiscale è il passo in avanti fatto nell’ottica di un Fisco più semplice e certo. Il rischio, tuttavia, è che su alcuni aspetti il Legislatore abbia ecceduto, sottovalutando il rischio di attenuare troppo l’effettività delle sanzioni amministrative e, quindi, indebolito l’attività di deterrenza. Un intervento probabilmente eccessivo, per un sistema tributario basato sull’adempimento volontario. In questa ottica, suscita perplessità la decisione di concedere una nuova (ennesima) rateizzazione dei debiti tributari. È molto probabile che molti si convincano che non è il caso di affrettarsi a versare, posto che si può rinviare tutto al prossimo giro. Nel mentre, il fenomeno delle imposte dichiarate dovute e non versate sta assumendo dimensioni allarmanti: 36,3 miliardi nel quadriennio 2008-2011, di cui 11,5 miliardi nel solo 2013. Si tratterà pure, forse, di un modo, peraltro alquanto improprio, di finanziare alcune imprese in difficoltà, ma è di tutta evidenza che ci si espone al rischio concreto di insolvenza ai danni dello Stato e di compromissione dell’azione di riscossione. A fiaccare ancor di più la deterrenza è da un lato la nuova disciplina del raddoppio dei termini di accertamento; dall’altro l’attenuazione delle sanzioni per l’infedele dichiarazione.

L’urgenza di una riforma. A conti fatti, questa “manutenzione straordinaria” neanche troppo ben riuscita non fa che confermare l’urgenza di una riforma, stavolta davvero strutturale del sistema fiscale. A dirlo sono i dati: su 28 paesi dell’Ue, siamo al sesto posto quanto a pressione fiscale (44% del Pil), e come se non bastasse il peso tributario è caricato per l’80% sui redditi da lavoro dipendente e da pensione perché, nel frattempo, siamo anche al secondo posto per evasione fiscale (120 miliardi l’anno). Il tutto avvolto da un groviglio di 500 adempimenti che rendono il nostro sistema uno dei più complessi e onerosi d’Europa. (Vai al documento integrale).

*L’autore è Presidente aggiunto onorario della Corte dei Conti

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Abuso del diritto, con le nuove norme elusori “salvi” e col portafoglio pieno

La definizione di condotta abusiva, la depenalizzazione di molti reati fiscali e il pasticcio sul regime sanzionatorio. Norme controverse, in alcuni casi miopi e di dubbia costituzionalità: l’analisi di Oreste Saccone del Centro Studi Lef. (Vai al documento).

Eludere? Si può. Non solo non rischiando nulla sul piano penale, ma cavandosela pure col portafoglio pieno. Eludendo, in pratica, anche le sanzioni. Sono gli effetti (nemmeno troppo collaterali) del decreto attuativo della delega fiscale sulla “certezza del diritto”, che in nome del profitto d’impresa garantirà una sensibile ripresa dei fenomeni elusivi, di cui tra l’altro non sarà facile avere reale contezza visto che il monitoraggio del tax gap italiano non li incorpora. Un risultato che si deve a disposizioni volutamente miopi, in alcuni casi di dubbia costituzionalità; in altri ancora in palese contrasto con l’orientamento assunto sia dalla Corte di Giustizia che dalla Suprema Corte.

Quella delega in bianco. D’altronde, che l’intento fosse quello di ridurre al minimo il carico fiscale e sterilizzare le conseguenze penali lo si era evinto già dal dettato normativo della legge delega n. 23/2014. In particolare dagli artt. 5 e 8, che si preoccupavano di fissare principi e criteri cui il governo avrebbe dovuto attenersi per disciplinare l’abuso del diritto. Ma è in un passaggio contenuto nel Def 2015 che il Governo esce allo scoperto, stabilendo che “l’abuso del diritto sarà disciplinato con l’obiettivo prioritario di tutelare i diritti dei contribuenti e non di difendere le pretese di accertamento dell’amministrazione finanziaria”.

Tante definizioni per nulla. Carta bianca per fare e disfare, quindi. A cominciare dalla definizione di “condotta abusiva”, descritta nei primi due commi dell’art. 10bis: un ibrido che fa ricorso ai concetti di “sostanza economica” e “vantaggi fiscali indebiti (in quanto) in contrasto con l’ordinamento” (ricavate dalla raccomandazione CE n. 2012/772/UE) che lascia ben poco spazio alla infelice formulazione di abuso del diritto contenuta nell’art. 5 della legge delega. Nella sostanza non dovrebbe cambiare nulla però, visto che la clausola antiabuso ha valenza costituzionale e non può contenere paletti di sorta.

Le “specifiche violazioni tributarie”. Un chiaro esempio di miopia è dato invece dal comma 12: “In sede di accertamento l’abuso del diritto può essere configurato solo se i vantaggi fiscali non possono essere disconosciuti contestando la violazione di specifiche disposizioni tributarie”. Una formulazione piuttosto singolare, visto e considerato che la condotta elusiva si realizza con operazioni complesse, non facilmente inquadrabili dal punto di vista giuridico.  Così posto, il comma sembra poi in contrasto con l’orientamento assunto dalla Corte di Giustizia e dalla Cassazione, secondo le quali il meccanismo di abuso costituisce il superamento della forma giuridica per cogliere l’esatta finalità economica di un negozio. C’è poi un secondo problema: la disposizione, fortemente ambigua, non trova riscontro nella legge delega. Ma a preoccupare maggiormente sono gli effetti che una disposizione come questa può generare. I limiti procedurali imposti dalla norma renderanno molto più complicata l’attività d’indagine degli uffici finanziari in sede di accertamento. I quali, in caso di fattispecie complesse, saranno obbligati a indagare ulteriormente per escludere la sussistenza di ipotesi che costituiscono violazioni di norme specifiche. In altre parole si offre un assist niente male all’elusore/evasore, che in sede di giudizio potrebbe servirsi dell’errato inquadramento della fattispecie per vanificare la pretesa del Fisco.

La depenalizzazione dubbia. Decisamente controverso il comma 13: “Le operazioni abusive non danno luogo a fatti punibili ai sensi delle leggi penali tributarie. Resta ferma l’applicazione delle sanzioni amministrative tributarie”. La disposizione trae origine dal dettato della legge n. 23/2014, che delega il governo a revisionare il sistema sanzionatorio penale senza tuttavia fissare alcun criterio. Una delega in bianco, anche in questo caso. Che l’esecutivo “sfrutta” appieno, depenalizzando l’elusione fiscale in toto. Appare francamente scandaloso sul piano etico e irragionevole sul piano costituzionale ritenere molto meno grave (fino a prevederne l’irrilevanza penale) il comportamento di chi si sottrae al pagamento di imposte milionarie ponendo in essere sofisticate operazioni elusive, appositamente pianificate a tavolino, rispetto alla classica evasione mediante l’occultamento di ricavi. In palese contraddizione, tra l’altro, con le valutazioni fatte dallo stesso Ministro dell’economia, che nel Rapporto 2014 sull’evasione fiscale attribuisce valore 5, cioè di massima pericolosità,  alle forme sofisticate di evasione e fenomeni di elusione (rapporti con estero, ingegneria finanziaria, “pacchetti” elaborati da professionisti). Con una beffa ulteriore: la disposizione dovrebbe trovare applicazione anche ai processi in corso, cessando l’esecuzione degli effetti penali qualora ci fosse già stata la condanna.

… E il pasticcio del regime sanzionatorio. A tutto ciò si aggiunge un’ulteriore rebus. Non si comprende, infatti, quali sanzioni amministrative sono applicabili ai casi di abuso di diritto. L’insidia è che la violazione del divieto di abuso venga considerata, sul piano sanzionatorio amministrativo, una fattispecie diversa dalla dichiarazione infedele. Con la conseguenza che la violazione non venga sanzionata affatto. (Vai al Documento)

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Sfida al contribuente con norme rompicapo, nella stabilità 204 commi sul fisco senza titolo e pieni di rinvii

Disposizioni alla rinfusa accompagnate da una serie interminabile di rinvii e richiami e un linguaggio spesso indecifrabile: la legge di stabilità 2016 è un maremagnum di norme inavvicinabile per il contribuente medio.(Vai all’elenco delle disposizioni tributarie).

Un unico articolo di 999 commi, un guazzabuglio di disposizioni di ogni genere, di cui non meno di 204 di natura tributaria messe qua e là, senza alcuna coerenza. Chi vuole leggere – e soprattutto capire- la legge di stabilità 2016 si armi di santa pazienza. Si troverà di fronte un maremagnum disordinato di norme, la maggior parte delle quali difficilmente comprensibili anche per un esperto, figurarsi per il contribuente medio. La comprensione è però uno step successivo: prima, il comma, bisogna trovarlo. Il ché richiede già di per sé una buona dose di fortuna, visto che per ciascuna disposizione manca la menzione dell’oggetto nel titolo. Il motivo? Semplice: il titolo non c’è. E guai a pensare che le norme tributarie siano raccolte in un unico capitolo. Sono sparpagliate un po’ ovunque, senza logica. Per trovare quella che si sta cercando, in pratica, occorre andare per tentativi. Bene, ma una volta trovata? Qui viene il bello. Con tutta probabilità la disposizione che ci troveremo di fronte sarà indecifrabile, perché conterrà richiami ad altre disposizioni che, il Legislatore, si è guardato bene dal sintetizzare e menzionare. Il tutto in barba ai principi di chiarezza e trasparenza delle disposizioni tributarie, che lo stesso Parlamento ha voluto inserire tra i principi fondamentali dello Statuto del contribuente.

La caccia al tesoro. Per farsi un’idea, basta leggere il comma 68: «All'articolo 6, comma 8, del decreto legislativo 15 dicembre 1997, n. 446, il secondo periodo e' soppresso». Come, prego? Più che con il Legislatore, sembra di avere a che fare con un enigmista. L’unica certezza è che una frase, inserita in un articolo di un decreto che risale a vent’anni fa, è stata eliminata. Parte la caccia al tesoro. Dopo una ricerca su internet cominciamo a capire di cosa si sta parlando. È il decreto col quale venne istituita l’Irap. L’articolo 6 tratta della “Determinazione del valore della produzione netta delle banche e di altri enti e societa' finanziari”. Bene. Scorrendo si arriva al famigerato comma 8, che già di suo rinvia ad altre disposizioni contenute in un altro decreto datato 1992. « I contributi erogati in base a norma di legge […] concorrono in ogni caso alla formazione del valore della produzione», ecco il periodo soppresso. Dieci minuti buoni, ma alla fine siamo arrivati a dama.

Temiamo di essere incappati in una giornata di grazia, serve un test più probante. Il comma 332 fa al caso nostro: « Al decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 28, sono apportate le seguenti modificazioni: a) la lettera a) del comma 6 dell'articolo 2 e' abrogata; b) l'articolo 15 e' abrogato». Non siamo sicuri di aver capito, ma una cosa è certa: il Legislatore vuole metterci alla prova. Riparte la caccia al tesoro. Sul sito della Camera troviamo questo benedetto decreto di dodici anni fa, il cui titolo è tutto un programma: “Riforma della disciplina in materia di attività cinematografiche, a norma dell'articolo 10 della legge 6 luglio 2002, n. 137”. Scorriamo fino all’articolo 2, ha 10 commi e a noi interessa il sesto, quello che tratta dell’equiparazione di alcuni lungometraggi ai film d’essai. Tra le opere equiparabili, la lettera a (quella abrogata) menziona «I film riconosciuti di interesse culturale dalla Commissione di cui all'articolo 8». Avvertiamo un leggero scoramento. Ci dirigiamo ordinatamente verso l’art. 8, che disciplina per l’appunto la Commissione per la cinematografia. Commissione che apprendiamo essere a sua volta composta da due sottocommissioni: una per il riconoscimento dell’interesse culturale; un’altra per i film d’essai. Dopo una lotta serrata con richiami di ogni genere, arriviamo a due conclusioni: la prima è che tra i film equiparabili ai film d’essai (a loro volta individuati dalla Commissione di cui all’articolo 8) il comma 332 ha tolto quelli riconosciuti di interesse culturale dalla stessa Commissione di cui all’articolo 8. La seconda è che abbiamo dedicato parecchio tempo a una norma che di tributario ha ben poco. Sì, a saperlo prima.

“Ho visto commi che voi umani…”. E siamo solo alla seconda disposizione della giornata. Indecisi se andare avanti o meno, ci casca l’occhio sul comma 142: «Al testo unico delle imposte sui redditi, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917, e successive modificazioni, sono apportate le seguenti modificazioni: a) i commi da 10 a 12-bis dell'articolo 110 sono abrogati». Tutto chiaro, no? La formulazione è quasi brutale, nella sua immediatezza. Per fortuna prosegue: « b) all'articolo 167: 1) al comma 1, le parole: «di cui al decreto o al provvedimento emanati ai sensi del comma 4» sono sostituite dalle seguenti: «di cui al comma 4, diversi da quelli appartenenti all'Unione europea ovvero da quelli aderenti allo Spazio economico europeo con i quali l'Italia abbia stipulato un accordo che assicuri un effettivo scambio di informazioni». Cominciamo a farci un’idea di quello che c’è scritto, ma ci sono volute sette righe buone. Dopo un rapido passaggio sul Testo unico dell’86, la nostra ipotesi trova conferma: gli articoli abrogati disciplinavano le operazioni con i soggetti residenti in paesi “black list”. Un colpo di fortuna, ma – pensiamo- trovare ogni tanto le sintesi dei decreti ai quali si rinvia farebbe piacere.

Non è dello stesso avviso il Legislatore, che col comma 318 sembra volerci sferrare il definitivo colpo di grazia:«Al comma 1 dell'articolo 1 del decreto-legge 31 maggio 2014, n. 83, convertito, con modificazioni, dalla legge 29 luglio 2014, n. 106, e successive modificazioni, sono apportate le seguenti modificazioni: a) al primo periodo, la parola: «tre» e' soppressa; b) le parole: «nella misura del:» sono sostituite dalle seguenti: «nella misura del 65 per cento delle erogazioni effettuate» e le lettere a) e b) sono abrogate».

È un tour de force, torniamo sul sito della Gazzetta Ufficiale alla disperata ricerca della legge in oggetto. Si parla di “Art Bonus”. Dopo qualche minuto passato a sopprimere parole, sostituire alcune frasi ed abrogarne altre, capiamo cosa voleva dirci il Legislatore: alle erogazioni liberali in denaro effettuate dopo il 31 dicembre 2013 spetta un credito d’imposta del 65%. In sei righe, il Legislatore ci dice che il credito che era in scadenza nel 2016 viene esteso a tempo indeterminato.

La fine è vicina. Ce ne accorgiamo con il comma 187: « Ai fini dell'applicazione delle disposizioni di cui ai commi da 182 a 191, le somme e i valori di cui ai commi 182 e 184 devono essere erogati in esecuzione dei contratti aziendali o territoriali di cui all'articolo 51 del decreto legislativo 15 giugno 2015, n. 81». Il messaggio è chiaro: il sadico Legislatore non ha intenzione di fermarsi. Noi sì: emotivamente esausti dopo nemmeno quattro commi, gettiamo la spugna.

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Intervista a Maria Cecilia Guerra: “governo strizza l’occhio a evasione, agenzie? Agire subito”

La paralisi dell’Agenzia delle entrate, la delega fiscale incompiuta e le contraddizioni del governo sul tema dell’evasione. Sul fisco Maria Cecilia Guerra, economista e senatrice Pd con un passato da vice ministro del Lavoro, ha le idee chiare. E non risparmia critiche al governo. A cominciare dallo scontro ingaggiato da Renzi con Junker “perché – dice- avere 35 miliardi di clausole di salvaguardia sui prossimi due anni rende meno credibile le nostre finanze e capisco che la Commissione si interroghi sul tema”.

Senatrice, serviva più rigore nella legge di stabilità?

Dico che è giusto chiedere più flessibilità, ma stando attenti a come vengono usati questi margini. Se vuole la mia, io avrei preferito una legge di stabilità centrata sugli investimenti pubblici e non su misure inutili...

Si riferisce all’abolizione dell’Imu-Tasi sulla prima casa?

È una scelta sbagliatissima, sotto tantissimi profili. Il primo è distributivo: va bene tutelare chi pur avendo tante case non ha liquidità, ma per quello bastava una detrazione. Così si snatura completamente il senso dell’imposta patrimoniale, a vantaggio di chi ha immobili di maggior valore. In secondo luogo perché comprime fortemente l’autonomia degli enti locali, e la compensazione, per come viene fatta, cristallizza l’esistente. Avere tolto l’imposta ai residenti, poi, mi sembra una cosa illogica, perché in questo modo a pagare i servizi dei comuni saranno solo le imprese e i non residenti. Senza contare che l’efficacia di queste misure sul settore immobiliare sarà nulla.

Oltre all’abolizione dell’Imu c’è il bonus alle forze dell’ordine, il bonus ai diciottenni… C’è chi l’ha definita una manovra pre-elettorale.

Guardi, glielo dico sinceramente: io odio tutto ciò che si chiama “bonus”. Non è politica, la politica richiede interventi di tipo strutturato e i bonus hanno la caratteristica tipica dell’elargizione. Può essere interpretato come una captatio benevolentiae a fini elettorali, ma al di là di questo è proprio una cosa spot che stabilisce un legame diretto fra chi dà e chi riceve. Ad esempio se si ritiene che le Forze dell’ordine abbiano una retribuzione inadeguata, che si faccia un intervento strutturale, non questo. Per i diciottenni vale lo stesso: non c’è nessuna ragione di dare 500 euro senza distinguere tra chi ha bisogno e chi no. Meglio allora investire sul diritto allo studio. E poi mi indigna il fatto che siano stati esclusi i ragazzi extracomunitari di seconda generazione, cioè nati in Italia. È una contraddizione in termini, il Pd sta sponsorizzando lo Ius soli temperato…

Tutto da buttare?

Ma no. Ad esempio trovo importante che si continui con la decontribuzione per i neoassunti, anche se l’avrei vincolata all’obbligo di mantenimento dell’occupazione per un certo periodo, una volta terminato il contributo. Così come sono buone le modifiche al sistema forfettario per gli autonomi, per quanto ci sarebbe stato bisogno di un vincolo più stringente sulla possibilità di cumularlo con il reddito da lavoro dipendente.  

Il ministero dell’Economia pochi giorni fa ha presentato gli indirizzi di politica fiscale per il prossimo biennio, che si concentrano su fatturazione elettronica, tracciabilità dei pagamenti e maggiore incrocio delle banche dati. È la strada giusta?

Sicuramente sì. La tracciabilità è fondamentale, così come la fatturazione elettronica che però ha il problema di non poter essere resa obbligatoria. Tempo fa le commissioni finanze di Camera e Senato avevano proposto la trasmissione telematica dei dati rilevanti ai fini fiscali come elemento necessario per la validità stessa della fattura, unita alla trasmissione quotidiana del saldo degli incassi, come fatto con successo in Portogallo. In Senato il governo si era impegnato a considerare questa possibilità, ma poi non ne abbiamo più saputo niente. Quella misura, se implementata e coordinata con la fatturazione elettronica, poteva avere un’enorme capacità di contrasto all’evasione.

Tracciabilità e banche dati. Eppure nella legge di stabilità il governo ha alzato il tetto al contante e per poco non tagliava le spese informatiche dell’Inps. Manca una strategia chiara per contrastare l’evasione?

Non c’è coerenza. Da un lato sono state adottate misure come reverse charge e split payment che vanno nella direzione giusta, ma dall’altra si continua a chiudere un occhio sulla cosiddetta “piccola evasione”. E sul tetto al contante voglio chiarire due cose: la prima è che è assolutamente falso dire che non c’è relazione fra contante e sommerso, tanti studi di rilevanza mondiale lo dimostrano. La seconda è che avere una soglia bassa serve soprattutto per contrastare il riciclaggio. La Francia, per dire, ha abbassato il tetto a mille euro in chiave antiterroristica. E poi a chi giova, al turismo? Gli stranieri possono già portare in Italia fino a 10mila euro, basta lasciare la carta d’identità. Solo chi vuole liberarsi di soldi incassati in nero gira con tremila euro in tasca.

Con la delega fiscale l’elusione fiscale non è più reato penale, e in più le soglie di punibilità di molti reati tributari sono state innalzate. Scelta saggia per attrarre investimenti o si rischia di svuotare l’attività di deterrenza?

Il rischio esiste. Sicuramente abbiamo ceduto qualcosa per adeguarci alle legislazioni degli altri paesi, ma è altrettanto vero che per evitare pianificazioni fiscali aggressive era doveroso fare qualcosa. Il penale non è mai stato un elemento così decisivo, però nel complesso dei decreti legislativi direi che sì, sono state allargate troppo le mani.  

Da vice ministro del Lavoro del governo Letta mise a punto il nuovo Isee, che sta avendo risultati incoraggianti e dimostra che incrociando i dati si possono destinare risorse a chi ne ha più bisogno. Perché non fu esteso anche ai ticket sanitari?

Perché la norma di legge da cui origina quella riforma era riferita alle prestazioni sociali, per cui non potevamo ampliarlo. Già al tempo, però, avevamo coinvolto il ministero della Sanità nei lavori di preparazione, nell’idea che si potesse arrivare a questa applicazione che io ritengo logica. Non includere i ticket è un limite.

C’è lo spazio politico per farlo ora?

Secondo me sì. Ma prima bisogna aspettare il pronunciamento del Consiglio di Stato. Se la sentenza confermasse le posizioni del Tar del Lazio, l’Isee andrebbe comunque ripensato e in quella sede si potrebbe proporre questa estensione. D’altronde non avrebbe senso tenere fuori i ticket, stiamo parlando di servizi essenziali.

Capitolo agenzie fiscali. Dopo la sentenza della Consulta, lei ha presentato più volte emendamenti che proponevano soluzioni-ponte per superare il ‘caos dirigenti’. Ma la funzionalità delle strutture è ancora a rischio.

Si deve intervenire subito, lo spazio per farlo c’è. Anche su questo aspetto la delega fiscale è stata sottoutilizzata, perché chiedeva una riorganizzazione complessiva delle agenzie e non quel piccolo intervento che è stato fatto. Quanto alle soluzioni-ponte, la nostra preoccupazione è quella di non lasciare le strutture prive di figure di riferimento, in grado di prendersi la responsabilità sugli atti. Specialmente in un momento nel quale l’Agenzia è alle prese con un numero stratosferico di accertamenti legati alla voluntary. Credo che il problema non sia stato preso seriamente.

Quando ci saranno novità?

Quello che le posso dire è che noi della commissione Finanze stiamo insistendo moltissimo affinché il Parlamento venga al più presto messo al corrente dell’esito delle consultazioni sul nostro sistema agenziale, che sono state fatte chiamando in causa Ocse e Fmi. Per il rapporto non dovrebbe mancare molto.

La scelta di bandire un concorso per dirigenti aperto a tutti come la valuta?

Sbagliata, lo sottolineo tre volte. In un concorso per posizioni apicali non si può escludere la valutazione curriculare, è una cosa che non condivido assolutamente. Vorrei precisare però, che l’obiettivo delle commissioni non è mai stato quello di ‘salvare’ Tizio o Caio. Le nostre proposte sono sempre andate nella direzione di una procedura concorsuale in linea con quanto richiesto dalla Corte (tenendo però conto di competenze ed esperienza), senza mai alcun tentativo di “aggiramento” della sentenza.

Da mesi la questione dei dirigenti è terreno di scontro tra Agenzia delle entrate e Mef: è in atto un gioco di potere?  L’autonomia dell’agenzia è a rischio?

Non ho elementi sufficienti, ma sarei assolutamente contraria a misure che ne compromettessero l’autonomia. Ovviamente l’Agenzia deve essere legata all’indirizzo politico del ministero. Ma tutto ciò che riguarda l’organizzazione interna, comprese le politiche del personale, devono essere affidate alle Entrate.

Prima le frizioni con il ministero, poi l’attacco frontale da parte di Zanetti: Rossella Orlandi paga anche qualche leggerezza sul piano politico? Molti ricordano ancora il suo intervento alla Leopolda…

Guardi io al suo posto, alla Leopolda, non sarei andata. Ma non credo che questo abbia influito, perché in qualsiasi contesto lei sia andata non ha mai avuto una sbavatura su quello che è il suo ruolo istituzionale.

A proposito di ruoli istituzionali, quando Zanetti chiese le dimissioni della Orlandi, lei disse: “Padoan, batti un colpo”: nella vicenda delle agenzie, il ministro continua ad avere una posizione troppo marginale?

Devo dire che anche nel confronto parlamentare non abbiamo avuto risposte compiute sul perché le proposte che noi avanzavamo non potessero essere accolte. E quale sia la posizione di Padoan su questi temi, francamente, non lo so.

E il governo, che posizione ha sulle agenzie fiscali?

Se non so quella del ministro… Diciamo che finora non ha avuto un atteggiamento molto propositivo. 

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Fisco Equo

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