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Il colosso californiano avrebbe spostato miliardi di euro realizzati in Italia in Irlanda, per sfruttare la fiscalità privilegiata. Indagati anche tre manager.

Ricavi da capogiro realizzati in Italia che finivano in Irlanda per pagare meno tasse. Al centro un’organizzazione occulta, che avrebbe evaso 879 milioni di euro nel giro di soli cinque anni: ne è convinta la Procura di Milano, che ha appena concluso le indagini nei confronti del colosso californiano Apple. Il reato ipotizzato è di omessa dichiarazione dell’Ires per il periodo 2008-2013. Secondo i pm Carlo Nocerino e Adriano Scudieri la multinazionale si sarebbe servita della sua controllata italiana, la Apple Italia srl, formalmente costituita al solo scopo di supportare le vendite, per gestire in tutto e per tutto la distribuzione dei prodotti sul mercato italiano. Un gioco delle tre carte, insomma, in cui gli utili realizzati in Italia sparivano dai radar del Fisco per ricomparire in Irlanda, dove la tassazione è ben più favorevole: nel quinquennio contestato Apple ha dichiarato un fatturato di 150 milioni, ma secondo le ricostruzioni degli inquirenti ne avrebbe dovuti dichiarare molti di più, circa 9,3 miliardi. Cifre impossibili da nascondere senza una regia occulta: per questo sono finiti nel registro degli indagati anche tre dirigenti del colosso informatico: l’amministratore delegato di Apple Italia Enzo Biagini, il direttore finanziario Mauro Cardaio e il manager della controllata irlandese Apple Sales International, Michael Thomas O’Sullivan. L’azienda dal canto suo respinge tutte le accuse, ma non è escluso che chieda il patteggiamento.

La vicenda. Ancora una volta c’è di mezzo la controllata italiana di una multinazionale nell’inchiesta avviata due anni fa dalla Procura di Milano. Nel caso specifico la Apple Italia srl, che in teoria si doveva occupare di assistenza e supporto alle vendite, nella pratica amministrava il core business di Apple in Italia: dagli ordini alle consegne, passando per le attività promozionali (sconti e offerte) fino alla stipula dei contratti di compravendita, che formalmente venivano siglati dalla Apple Sales International con sede in Irlanda. Delle attività occulte della società sarebbero emersi gravi indizi, tanto dalle testimonianze dirette dei clienti di Apple quanto dalle perquisizioni, effettuate presso la sede milanese di Piazza San Babila. Un meccanismo elusivo ad hoc, che avrebbe consentito di sottrarre cifre consistenti di imponibile alla tassazione italiana, la cui aliquota sulle società (27,5%) è ben più alta di quella irlandese, che può scendere fino allo 0,05% per effetto dei tax ruling concessi dalle autorità del paese ai gruppi multinazionali.

Il precedente. Comunque vada a finire, la vicenda aggiunge un nuovo capitolo al controverso rapporto di Apple con il Fisco. Già nel maggio scorso, un dossier dettagliato del Senato Usa metteva sotto accusa il colosso californiano per aver eluso circa 74 miliardi di dollari attraverso una fitta rete di società offshore. Dal rapporto emergeva come una filiale irlandese dell’azienda nel 2011, su un fatturato di 22 miliardi, pagò solo lo 0,05%.

Il patteggiamento. Nonostante il colosso informatico respinga ogni addebito, l’ipotesi più probabile è che la controversia si concluda con un patteggiamento. Soluzione già intrapresa da un’altra multinazionale, Google, che in queste settimane starebbe cercando un accordo col fisco sulla base di circa 320 milioni di euro.

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