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Per gli ispettori del fisco il colosso di Atlanta avrebbe omesso parte del fatturato negli anni 2007-2009. Ma i vertici dell’azienda si difendono: “l’Irs non rispetta accordi”.

Circa 2,9 miliardi di euro per aver omesso una parte cospicua del fatturato realizzato tra il 2007 e il 2009. Una bevanda amarissima da mandar giù per i vertici di Coca-Cola, che si sono visti recapitare l’avviso di pagamento degli arretrati dalla temuta Irs (l’Agenzia delle entrate a stelle e strisce). Secondo gli ispettori del fisco Usa, che lavorano sul caso da quasi cinque anni, il colosso di Atlanta avrebbe esternalizzato parte dei profitti vendendo la produzione alle filiali estere, al solo scopo di sfuggire alla «corporate tax», l’imposta sui profitti delle aziende la cui aliquota è fissata al 35 per cento.

Da qui la maxi-richiesta da 2,9 miliardi (interessi esclusi) da parte dell’International revenue service. Richiesta per ora rispedita al mittente: la società ha respinto le accuse e annunciato di presentare una petizione alla Corte fiscale, in quanto “l'azienda utilizza da quasi trent’anni la metodologia accordata col fisco per determinare il reddito imponibile negli Stati Uniti” e, sostengono i vertici, “ora l’Irs sta cercando di discostarsi da questa pratica di lunga data per aumentare considerevolmente l’ammontare dell’imposta”.

Estero è bello. Dopo Microsoft e Amazon, un’altra multinazionale finisce nel mirino del fisco statunitense per sospette transazioni intra-aziendali. Dai dati emersi nell’ultima relazione annuale,  nel 2014 Coca-Cola ha realizzato il 57 per cento dei propri ricavi all’estero e “tagliato” l’aliquota fiscale effettiva dell’11,5% grazie ai cospicui incentivi fiscali ricevuti da Brasile, Costa Rica, Singapore e Sudafrica. 

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