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In sette anni + 3% per pensionati e lavoratori dipendenti. Secondo l'ex ministro serve una riforma strutturale dell'imposta. E sull'evasione: passare da un'idea di recupero ex post a un'idea di riduzione ex ante.

L'incremento del peso dell'Irpef sui redditi di lavoro e pensione, la necessità di una riforma strutturale dell'imposta sul reddito delle persone fisiche e il contrasto all'evasione fiscale. Sono stati questi i temi principali del convegno che si è svolto al Cnel, durante il quale è stata presentata l'indagine conoscitiva sulla struttura dell'Irpef negli anni d'imposta 2003-2010. Il rapporto, illustrato da Lelio Violetti, ha evidenziato come in 7 anni il contributo dei redditi di lavoro dipendente e pensioni sia cresciuto di circa 2 punti percentuali in termini di reddito dichiarato e di quasi 3 punti in termini di imposta. Mentre nello stesso periodo è calato il peso percentuale del reddito di lavoro autonomo, d'impresa, di partecipazione e gli altri redditi.

La giornata si è aperta con un saluto del presidente di Lef, Orlando De Mutiis ed è continuata con la presentazione dell'indagine. Un'analisi importante, che ha dato modo agli ospiti presenti di avviare una discussione, moderata dal giornalista del Sole 24 ore Dino Pesole, su questo e sugli altri temi principali che caratterizzano il sistema tributario italiano. Ad aprire il dibattito Vincenzo Visco, ministro delle Finanze e del Tesoro durante diversi governi del centro sinistra. «Il rapporto conferma una situazione che esiste sin dall'introduzione della nostra imposta sul reddito e che è andata peggiorando negli anni – ha detto Visco – Noi abbiamo un eccesso di tassazione attraverso l'imposta sul reddito e questa è una delle principali anomalie del nostro sistema tributario».

Che fare dunque per migliorare una situazione che, a detta dell'ex ministro, è "estremamente negativa"? Secondo Visco, «bisogna cambiare l'imposta, abbassare la prima aliquota al 20% e quella del 38 al 36, poi può essere facoltativo l'aumento dell'aliquota del 43 sui redditi molto alti anche al 50 e linearizzare le detrazioni. Solo in questo modo è possibile recuperare un'imposta sul reddito che abbia una decenza tecnica ed economica. Perché il problema dell'Irpef italiana – ha aggiunto l'ex ministro – non è tanto l'incidenza sui redditi bassi, ma l'incidenza sulle classi medie, nelle quali io inserisco anche gli operai pagati bene: è qui che è eccessiva rispetto ad ogni standard ed è per questo probabilmente che la gente poi rifiuta qualsiasi tipo di imposta patrimoniale che si andrebbe ad aggiungere a questo carico gravoso. Si potrebbe immaginare una riforma dell'Irpef a regime».

Su questa possibilità si è trovato d'accordo anche Danilo Barbi, responsabile politiche economiche e fiscali della Cgil, presente al dibattito. Secondo il sindacalista, però, se è vero che in Italia c'èil problema di una riforma strutturale dell'Irpef, ci sono altre questioni da affrontare prima: «Ogni discorso che facciamo oggi sul sistema fiscale va attualizzato nella crisi che stiamo vivendo. Se non aggiustiamo in fretta le politiche europee, l'intera impalcatura non reggerà l'impatto di una crisi sistemica le cui cause devono essere aggredite anche dalle politiche fiscali». In questo periodo, ha sottolineato Barbi, c'è un grande malessere dei cittadini, quindi più che una riforma strutturale a servire sono "risposte immediate".

Oreste Saccone, esperto di Lef, si è soffermato sulla funzione equitativa dell'introduzione di una imposta patrimoniale nel nostrosistema: «Recuperiamo la funzione solidaristica, distributiva della

contribuzione che si trova in Costituzione. Sono due i problemi: uno è l'equilibrio nel sistema di imposizione, uno l'equilibrio nell'ambito dell'Irpef. Rispetto al primo, deve cadere l'idea contraria a un'imposta patrimoniale. Verrebbero fornite così risorse che servono per attenuare il carico sul lavoro dipendente e pensioni e in parte anche le imprese. Si recuperebbe la progressività dell'imposizione e infine si colpirebbe, indirettamente quantomeno, la parte investita del reddito evaso».

E proprio l'evasione fiscale è stato l'altro tema centrale della conferenza. «La politica di contrasto all'evasione basata solo sul controllo e sulla repressione non funziona – ha denunciato Saccone – E' un problema di metodo: per valutare l'evasione dovremmo incidere sul nocciolo duro della montagna evasione e non badare alla riscossione. Serve un'attività ex ante che miri a far emergere le basi imponibili e bastano pochi provvedimenti per un inizio di cambio di passo, come il tracciamento di quasi tutte le operazioni, l'incrocio intelligente dei dati e il rendere più credibili le sanzioni penali».

D'accordo su questo punto anche Barbi che ha aggiunto: «Bisogna passare da un'idea di recupero ex post a un'idea di riduzione ex ante. Questo vuol dire censire l'evasione fiscale in modo ufficiale. L'obiettivo deve essere quello di definire e misurare una politica fiscale sulla riduzione dell'area dell'evasione rispetto al Pil».

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